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Transgender dietro la macchina da presa: Lana Wachowski da Matrix a Cloud Atlas

Cloud Atlas in uscita il 10 gennaio 2013
postato il 13 novembre 2012

[Contiente la traduzione italiana integrale del discorso tenuto da Lana Wachowski alla Human Rights Compaign]

All’uscita della trilogia di Matrix alla regia risultavano due fratelli, Larry e Andy Wachowski. Nel loro ultimo film, Cloud Atlas (uscita in Italia: 10 gennaio 2013) risultano invece come un fratello e una sorella, Lana e Andy. Sì, Larry è diventata Lana.

Sul web notizie riguardanti un cambio di sesso di Larry hanno circolato per molto tempo, e c’è stata molta confusione al riguardo, alimentata anche da Joel Silver, loro produttore, che dichiarò le voci infondate. La notorietà e la riservatezza dei registi non hanno aiutato, ma da questa estate Lana Wachowski è uscita ufficialmente allo scoperto raccontando la sua transizione, e oggi ne va giustamente orgogliosa.

La sua intelligenza e la sua limpidezza le hanno fatto vincere il premio Visibility della Human Rights Compaign, la più grande associazione lgbt americana. Il discorso al ritiro del premio è stato fenomenale, e ha giustamente fatto il giro del web. Ironico e toccante, tra risate, applausi e momenti di commozione. Paure, ricordi legati alla scuola, pensieri di suicidio, ma anche la scoperta dell’amore, i motivi della sua riservatezza e ciò che l’ha spinta a prendere infine la decisione di raccontare la sua storia.

Potete leggere la nostra traduzione in italiano subito sotto il video, così ora questo monologo già cult può essere apprezzato in tutte le sue sfumature anche da chi non mastica per niente l’inglese, o da chi come me nel masticarlo ogni tanto ci si strozza. Quindi ringrazio Pierpaolo Sabbatini per la traduzione.

Dopo il discorso di Lana, ci sono un altro paio di cose che voglio dirvi, il trailer di Cloud Atlas e un altro video da scoprire assolutamente (o da rivedere se già lo conoscete).

Lana Wachowski riceve il premio lgbt Visibility – ita from Voglio Sposare Tiziano Ferro on Vimeo.

 Non ho avuto io il final cut di quel video… [risate] Salve… [applausi] Oh, smettetela… E non ho neanche finito i compiti in tempo… Quindi non mi sarà possibile far finta che non sto leggendo… [Risate] Quindi sappiate che sto leggendo. Non ho mai tenuto un discorso prima… [applausi] Ok, ok, ho capito, siete molto incoraggianti, vi voglio bene… Allora. Ero dal mio parrucchiere… [risate] è gay, ma guarda un po’… Mi chiede di questo evento e io gli dico: Sì, l’HRC vuole darmi un premio. E lui dice: Davvero? Un premio per cosa? E io gli dico: Beh, credo per il fatto di essere me stessa… [risate e applausi] E lui, che mi sta facendo i capelli, mi guarda e fa: Mmm, sì, in effetti ti sei fatta davvero carina… E io faccio: sì, beh, non c’erano molte aspiranti al ruolo…E lui, visto che è un po’ stronzetto, aggiunge: Sì, è una buona cosa. Immagina se avessi perso… [risate]

Vado da questo parrucchiere, un uomo fantastico, da più di sei anni. Lui sa tutto della mia famiglia: quanto fossi legata a mia nonna, come ho incontrato e poi sposato l’amore della mia vita… Mi ha fatto i capelli al nostro matrimonio, tre anni fa, e ha visto le foto pornografiche della luna di miele a Mykonos, quelle di quando eravamo ubriachi [risate]. Ma non sa che ho diretto la trilogia Matrix insieme a mio fratello Andy… [applausi] Quindi sa tutto di chi io sia ma non sa cosa faccio. Al contrario, recentemente sono andata a una cena con amici e sconosciuti, dove tutti erano impazienti di incontrare un regista “di Hollywood”, ma tutto quello che volevano era chiedere di Keanu Reeves, Tom Hanks e Halle Berry. E durante tutta la cena si sono riferiti a me usando “lui”, “uno dei fratelli Wachowski”, e a volte usando solo metà del mio nome: ”Laaaaa…” [risate] come un imbarazzante ponte tra  due identità, non sapendo o forse non volendo vedere chi sono ma solo le cose che faccio.

Ognuno di noi, ogni persona qui, ogni essere umano rappresenta una negoziazione tra l’identità privata e quella pubblica. Per me quella negoziazione ha significato un più letterale dialogo tra me, mio fratello Andy e il nostro nuovo fratello d’elezione, Tom Tykwer, che è fenomenale, con cui abbiamo diretto il nostro nuovo film Cloud Atlas… [applausi] Grazie mille, andate a vederlo… Mesi fa eravamo in questo club berlinese a bere birra, in uno spazio non destinato ad essere abitato né dalle persone né dalla luce del sole, e cercavamo di decidere se girare un’introduzione per il trailer del film da postare online. Tom Hanks avrebbe dovuto esserci ma invece non era disponibile. Andy e io non avevamo fatto pubbliche apparizioni o incontri con la stampa da oltre 12 anni, neanche per le prime dei film. La gente crede erroneamente che questo aveva a che fare col mio gender, ma non era così. Dopo l’uscita di Matrix nel ‘99 avevamo entrambi provato un’allarmante pressione sulle nostre vite e diventammo estremamente consapevoli di quanto prezioso sia l’anonimato, inteso come una forma di verginità che si perde solo una volta.  L’anonimato ti permette l’accesso a uno spazio civico, a forme di partecipazione nella vita pubblica, a un’invisibilità egualitaria a cui nessuno di noi era pronto a rinunciare. Alla Warner Brothers dicemmo che come Fratelli Wachowski non avremmo più fatto incontri con la stampa. Loro ci risposero di no. “Assolutamente no, non è negoziabile, i registi sono essenziali per la promozione dei film e la loro vendita sul mercato”. Quindi rispondemmo che andava bene, se c’era da scegliere tra il fare un film e non incontrare la stampa, noi non avremmo fatto film. Ci dissero: Aspettate un attimo. Forse c’è la possibilità di una piccola negoziazione. [risate]

Questa posizione e questa negoziazione vennero riesaminate a Berlino tre mesi fa, consapevoli che non solo sarebbe stata la nostra prima apparizione dopo molto tempo, ma sarebbe anche stata la prima volta che avrei parlato pubblicamente dalla mia transizione. Tra parentesi, questa è una parola che riguarda un argomento complicato per me a causa della sua collusione con il modo di raccontare i generi come opposizioni binarie, con il quale non mi sento propriamente a mio agio [applausi]. Malgrado tutto mi rendo conto che nel momento in cui vengo inquadrata da una telecamera io divento il soggetto di una proiezione che è sia personale che politica.

Ho fatto coming out con la mia famiglia e con i miei amici da più di dieci anni e per la maggior parte del tempo ho discusso di questo, di questo momento in particolare, col mio terapista [risate], la mia famiglia e mia moglie, perché sapevo che alla fine avrei fatto coming out ma che ci sarebbe stato un prezzo da pagare. Non ero sicura di come l’avrei fatto,  ma sapevo che non volevo che si trattasse di un’occasione pubblica in cui ci si concentrasse sul mio coming out. Sono totalmente terrorizzata dai talk-show, dal loro format “interrogatorio- confessione-pianti-lacrime del presentatore” [risate e applauso], la cui compassione starebbe a sottolineare l’intera tragedia della mia vita come persona transgender, inscenando un momento catartico  che rappresenta il passaggio dal rifiuto all’accettazione senza mai interrogarsi sulla patologia di una società che rifiuta di vedere l’intero spettro dei generi esattamente come rifiuta ciecamente di vedere l’intero spettro di razze e sessualità [applausi].

Quindi, noi tre ne parliamo, ci piace parlare… Ormai avrete capito che sono una a cui piace parlare… [risate] tra un’oretta facciamo un intervallo [risate]… Comunque ci mettiamo ad analizzare il fatto che abbiamo fatto un film che parla di questo argomento: delle responsabilità che hanno gli esseri umani verso gli altri, che le nostre vite non sono solo nostre, e vennero fuori anche alcune battute dal film. Io stessa mi ritrovai a ripeterne una di un personaggio a cui sono molto legata, che parla di come compie la decisione di fare una sorta di coming out: “Se fossi rimasta invisibile, la verità sarebbe rimasta nascosta. E io non potevo permetterlo”. E lo dice sapendo che il sacrificio che ha fatto le costerà la vita. Improvvisamente cominciano ad apparirmi in testa immagini, pensieri e ricordi… quasi un’esperienza di pre-morte… e comincio a capire come la complessa relazione tra visibilità ed invisibilità sia stata presente in tutta la mia vita.

Ricordo quando mi spostarono da una scuola pubblica ad una scuola cattolica. Nella scuola pubblica portavo i capelli lunghi, giocavo con le ragazze e tutti indossavano jeans e maglietta. In quella cattolica le ragazze giocavano tra di loro, portavano la gonna, i maschi i pantaloni, e mi dissero che dovevo tagliare i capelli. Volevo giocare ai quattro cantoni con le ragazze ma ormai, no, io ero uno dei ragazzi. Una mattina dopo la campanella furono formate due file, da una parte le ragazze, da una parte i ragazzi, e mi fu chiesto di raggiungere la mia. Passando vicino a quella delle ragazze provai una strana sensazione di appartenenza, ma qualcosa dentro di me disse di non fermarmi e di avvicinarmi all’altra fila. Ma più mi avvicinavo a quella dei ragazzi e più provai una sensazione di differenza che mi confuse. Io non appartenevo neanche a quella fila, e così mi fermai in mezzo. La suora, mi resi conto, mi stava fissando, e iniziò a urlare. Io non sapevo cosa fare. Lei continuava ad urlare e mi afferrò. Io non stavo disubbidendo, ma non sapevo a quale fila unirmi. Il mio silenzio la fece infuriare ed iniziò a darmi degli schiaffi. Nella maniera più inaspettata (se lo vedeste in un film non ci credereste), sentii il rumore di una macchina che frena repentinamente e mia madre, che casualmente passava da quelle parti [risate e applausi], è tutto vero, saltò fuori dall’auto, afferrò la suora e la separò da me, mi mise al sicuro, e disse alla suora di non provarci mai più… [applausi]

Io pensai di essere salva. Ma poi a casa mia madre mi chiese cosa era successo e io non ho le parole, né il linguaggio giusto per spiegarglielo. Mi accascio sul pavimento in silenzio e lei continua a chiedermi cosa sia successo, e io comincio a provare la medesima frustrazione che avevo provato poco prima con la suora. Mi dice di guardarla ma io non voglio perché quando la guardo non riesco a capire perché lei non possa vedermi…

L’ultima volta che mi è stato chiesto di fare un discorso, un po’ come questo, è stato in terza media. Avevo ottenuto i voti migliori e mi dissero che avrei dovuto tenere un discorso. Non mi sembrava una bella ricompensa. [risate] Su questo premio di oggi non ho ancora le idee chiare… [risate]. Essendo dolorosamente timida declinai l’invito e chiesi che il discorso fosse fatto da un altro. Il mio insegnante, il signor Henderson, disse che no, non era così che funzionava. Disse che capiva come mi sentivo, a nessuno piace fare discorsi – [sottovoce:] perché li facciamo? [risate e applausi] – ma che dovevo pensare non solo a me ma anche a tutto il resto della classe, e ai miei genitori, che ne sarebbero stati orgogliosi. Ci sono cose che facciamo per noi stessi e altre cose che facciamo per gli altri, disse. Così scrissi quel discorso, un po’ come ho scritto questo, con le farfalle nello stomaco. Lo scrissi di notte, indossando uno slip rubato a mia sorella. Scrissi di come la conoscenza abbia una reale materialità, una reale consistenza, e di come a differenza della consistenza di una scala, possa darci l’accesso a luoghi che prima erano inimmaginabili… Non ho nessun ricordo di quando ho fatto quel discorso. Ricordo che rimasi in bagno dopo averlo fatto, chiusa in un cubicolo, con indosso gli slip sotto i vestiti, a piangere, sentendomi stupida e bugiarda perché io stessa trovavo inimmaginabile un mondo di cui potermi sentire parte.

Al liceo cominciai a frequentare il laboratorio teatrale, in parte per via di mia sorella ma soprattutto per via del magazzino dei costumi. Era strapieno di vestiti. Mi innamorai follemente di quel magazzino perché lì trovavo i miei momenti di solitudine per leggere, e anche per tutti quei costumi e per le infinite file di scarpe [risate]. Ricordo che un giorno, mentre stavo indossando un bellissimo vestito di broccato con un corsetto, improvvisamente sentii la direttrice di palcoscenico chiamarmi. Proprio mentre apriva la porta mi tuffai in un angolo buio, sperando, mentre ascoltavo il mio cuore battere fortissimo, di poter essere invisibile.

Mano a mano che crescevo diventavo sempre più afflitta da insonnia, a cui presto si unì uno stato di depressione. Non ho mai dormito molto, ma durante il mio secondo anno di liceo, vedendo i miei compagni che iniziavano ad avere i primi segni di barba, io passavo ore e ore davanti allo specchio terrorizzata da quello che un giorno avrei visto. Non avendo parole per difendermi, modelli, esempi, cominciai a credere alle parole che avevo in testa, che ero un freak, uno scherzo della natura, che qualcosa in me non andava… e che non potevo essere amata. Dopo scuola andai a un Burger King e scrissi un biglietto di suicidio… che finì per essere lungo più di 4 pagine… [risate]. Sono un po’ prolissa… Era indirizzato ai miei genitori e volevo convincerli che non era colpa loro: ero io che non ero parte di niente. Piansi molto mentre lo scrissi, ma il personale del Burger King… beh, mi avevano già visto in quelle condizioni, e ne parevano immuni. Ero abituata a tornare a casa tardi per via del teatro, mi piaceva prendere la metro a quell’ora e sapevo che le banchine sarebbero state vuote. Feci passare il treno locale sapendo che l’espresso sarebbe passato poco dopo. Appoggiai il mio zaino sul marciapiede lasciando il biglietto davanti, non pensando a nulla se non a saltare. Comincio a sentire le vibrazioni provocate dall’avvicinarsi del treno, quando all’improvviso vedo scendere dalla rampa un ometto magrolino, anziano, con un paio di occhiali squadrati tipo anni ’70… Mi ricordavano quelli di mia nonna… Mi fissa nello stesso modo in cui gli animali si fissano tra loro. Non so perché non ha distolto lo sguardo. So solo che è per quella ragione che io sono ancora qui. [applausi]

Anni dopo ho trovato il coraggio di ammettere che sono transgender e che questo non vuol dire che io non possa essere amata. Ho incontrato una donna, la prima persona che mi ha fatto capire che non mi amava a dispetto della mia differenza, ma perché diversa. Lei è stata la prima persona a vedermi interamente come sono e ogni volta che mi sveglio vicino a lei al mattino, non potete capire quanto io sia riconoscente per la presenza di quei due occhi azzurri nella mia vita [applausi].

A Sydney, in Australia, mi sono dichiarata alla mia famiglia. Quando ho detto a mia madre cosa stava succedendo, lei saltò sul primo aereo. Ci fu una grossa scena tipo battesimo a base di lacrime e poi mi confessò che mentre veniva era impaurita di dover piangere la perdita di suo figlio, ma invece capì che non era una morte ma più una scoperta…  che c’era quest’altra parte di me, una parte mai vista, e che era una specie di dono, perché adesso poteva cominciare a conoscere quella parte di me… [applausi]

Andammo a cena e io mi vestii nel modo più femminile possibile, volendo che la gente vedesse Lana, che i camerieri non mi chiamassero “lui” o “signore”, come se queste persone potessero ora confermare o negare la mia esistenza. Anche mia mamma è un po’ chiacchierona [risate], si presenta sempre ai camerieri, e quella volta disse: “Salve, sono Lynn, questa è mia figlia Lana”. E il cameriere sorrise e disse: ”Wow, vi assomigliate proprio tanto”… [risate e applausi]

Quando mio padre arrivò accettò tutto con una facilità immediata, molto più del fatto che sua moglie e sua figlia una volta avessero votato per Jane Byrne anziché per Harold Washington [come sindaco di Chicago nel 1983] …cosa che gli fa ancora torcere lo stomaco [risate]. Disse: ”Beh, se uno dei miei figli vuole sedersi a parlare con me, sono un uomo fortunato. La cosa importante è che sei vivo, sembri felice, e che posso abbracciarti e darti un bacio” [applausi]. Avere dei buoni genitori è come vincere la lotteria… E’ un po’ come: “Oddio, ho vinto la lotteria! Ma non ho fatto niente per meritarlo!”.

Mi sono ritrovata a ricordare queste parole di mio padre quando io e mia moglie abbiamo letto per la prima volta di Gwen Araujo. Sembrava impossibile che qualcosa del genere potesse essere accaduto così vicino a questa città… Eppure c’era questa persona, che era come me, e che era stata assassinata dall’ignoranza e dal pregiudizio. Assassinata dall’intolleranza. Ed era esattamente l’opposto dell’accettazione che io avevo ricevuto dalla mia famiglia. Uccisa da un tipo di paura che spazza via ogni prova che il mondo è diverso dal modo in cui vogliono vederlo, dal modo in cui vogliono credere che sia… L’invisibilità è indivisibile dalla visibilità. Per una persona transgender questa non è solo una visione filosofica, può essere la differenza tra la vita e la morte.

Qualche settimana dopo il mio coming out, noi tre, io, Andy e Tom, fummo intervistati, e uno dei giornalisti si allontanò dal soggetto del film per farmi domande sul mio genere… Pensate un po’… un giornalista… Mio fratello lo interruppe: “ Ascoltate, tanto per essere chiari, se qualcuno ha qualcosa da dire su mia sorella che non mi piace, gli spacco una bottiglia in testa!”… [risate e applausi] Poche parole esprimono l’amore meglio di tante… [risate]

Io sono qui perché Mister Henderson mi disse che ci sono cose che si fanno per noi stessi, ma ce ne sono altre che facciamo per gli altri. Io sono qui perché quando ero giovane volevo fortemente scrivere e girare film, ma non vedevo nessuno come me nel mondo e pensavo che i miei sogni fossero proibiti, solo perché il mio genere era meno tipico di altri…

Se posso essere quella persona per qualcun altro… [pausa commossa, applauso] allora il sacrificio della mia vita privata e civica ha un valore [applauso]. So di essere qui anche per il forte, prezioso sostegno e per l’amore che ricevo da mia moglie, dalla mia famiglia e dai miei amici. In questo modo spero di offrire il loro amore, sottoforma della mia materialità, a un progetto come questo, curato dalla HRC, in maniera che il mondo che immaginiamo in questa stanza possa essere usato per accedere ad altre stanze, ad altri mondi precedentemente inimmaginabili.

Grazie mille

 

Grazie, Lana.

Lola o Lana?

Il nuovo film dei Wachowski, che oggi si fanno chiamare Starship Wachowski (Nave spaziale Wachowski, contenti loro!), si intitola Cloud Atlas (potete guardare il trailer qui sotto), è co-diretto con Tom Tykwer, il regista di Lola corre, è tratto dal romanzo L’atlante delle nuvole di David Mitchell e ha un cast stellare: Tom Hanks, Halle Berry, Susan Sarandon, Hugh Grant, Hugo Weaving e molti altri.

Non si tratta certo di un film semplice e negli Usa pubblico e critica si sono divisi: c’è chi parla di film pretenzioso e chi grida al capolavoro.

Cloud Atlas si presenta come una complessa intersezione di vite e reincarnazioni che promette fin dal trailer: morte, vita, nascita, futuro, presente, passato, amore, speranza, coraggio. Come dice la frase di lancio: tutto è connesso!

Con un trailer che dura più di cinque minuti non puoi aspettarti certo un film standard alla Walt Disney, con il vissero felici e contenti all’ottantanovesimo minuto spaccato. Qui si tratta di quasi tre ore e i registi, abituati a creare interi mondi anche a costo di rivelarti che il tuo non esiste, promettono di sorprendere il pubblico durante e nel finale del film.

Ci sono molti interrogativi intorno a questo film, ma una certezza c’è: mi farà sicuramente capire che io e Tiziano Ferro siamo destinati a stare insieme, in vite passate, tempi attuali e in mondi futuri.

Che dire, non vedo l’ora di guardarlo. Non come l’ultimo film che sono andato a vedere, non faccio nomi, talmente brutto che ho litigato con l’uomo seduto davanti a me perché era troppo basso (cit. Luttazzi).

I fratelli Nave Spaziale hanno esplicitamente inserito nei loro film fin dall’esordio anche tematiche e personaggi lgbt. La loro opera prima, Bound, è stata definito da alcuni un noir saffico, per le due protagoniste sexy e spietate che si danno da fare tutto il film.

Ma la storia gay più emozionante è contenuta in V per Vendetta, il film cult del 2005 tratto dall’omonima graphic novel di Alan Moore e David Lloyd. Il film descrive un futuro prossimo in cui regna una dittatura spietata e intollerante durante la quale – tra le altre cose – “diverso diventò pericoloso”. I Wachowski qui non sono registi ma produttori e sceneggiatori. Oltre al  personaggio gay interpretato da Sthephen Fry, c’è la bellissima storia di Valerie, una donna rinchiusa nel campo di concentramento di Larkhill, rea di essersi innamorata di un’altra donna. Valerie, che ha vissuto su di sé i limiti estremi dell’amore e dell’odio, racconta di nascosto la sua vita scrivendola su pezzi di carta igienica che attraverso un buco fa arrivare alla sconosciuta nella cella affianco: «Spero che tu scappi. Spero che il mondo cambi e che le cose migliorino, e che un giorno la gente abbia di nuovo le rose». Un piccolo film nel film davvero toccante:

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3 commenti

3 pings

  1. stefanover says:

    si fanno chiamare STARSHIP… in onore dei JEFFERSON STARSHIP (già JEFFERSON AIRPLANE) della mitica Grace Slick, gruppo importantissimo e di culto dell’acid-rock tra il 1968 ed il 1974

  2. stefanover says:

    il tuo è un bel blog, ci passo talvolta… un pò perche mi piace Tiziano Ferro, un pò perchè sei simpatico. trovo veramente in gamba, il(la) regista di matrix, trovo coraggioso e travolgente avere quella limpidezza d’animo, trovo altrettanto oscuro e blasfemo negare un unione di due persone che si amano (e parlo di maggiorenni….)

    ciao,
    tieni botta che prima o poi smetteremo tutti quanti di mangiare esseri senzienti (di qualsiasi sesso essi siano), e tutti quanti gli esseri senzienti (di qualsiasi sesso essi siano) potranno sposarsi !

    ogniuno di noi ha il suo sogno, giusto !

    Stefano.

  3. Cosmo says:

    Grazie mille per la traduzione! Mi sento sempre impotente quando sento un discorso di premiazione che mi interessa in inglese, il pubblico ride, e io rimango lì come un pesce lesso. E sul finale ho avuto un brivido. Avesse scritto così anche i farraginosi dialoghi di Matrix 2 e 3! (L’1 rimane un capolavoro, sia chiaro).

  1. Transgender dietro la macchina da presa: Lana Wachowski da Matrix a Cloud Atlas | Voglio Sposare Tiziano Ferro « jaymagdotme says:

    [...] on http://www.vogliosposaretizianoferro.it Share this:TwitterFacebookLike this:Mi piaceBe the first to like this. Categorie Senza [...]

  2. Transgender dietro la macchina da presa: Lana Wachowski da Matrix a Cloud Atlas | Voglio Sposare Tiziano Ferro | JIMIPARADISE! | Scoop.it says:

    [...] Insieme al fratello ha creato Matrix, ha scritto V per Vendetta, e ha diretto il nuovo Cloud Atlas.  [...]

  3. Transgender dietro la macchina da presa: Lana Wachowski da Matrix a Cloud Atlas | Gay Italia | Scoop.it says:

    [...] Insieme al fratello ha creato Matrix, ha scritto V per Vendetta, e ha diretto il nuovo Cloud Atlas.  [...]

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