postato l’1 giugno 2013
Chi si ferma è perduto. Ma perdersi con la mappa giusta può rivelarsi l’unica salvezza. Ci si è persi anche quest’anno al Primavera Sound. Non ci si ferma quindi, ma ci si perde, questo si! Per ritrovare la strada, come in una notte buia, una fila di palchi sul mare e una giostra come stella polare.
Si inizia con i Tame Impala. Vento tra i capelli, sembra un tardo pomeriggio di 40 anni fa, ma siamo nel 2013. La loro naturale propensione alla psichedelia non ha tempo, perche per l’uomo viaggiare con la mente rimarrà sempre la scelta migliore. Ci abbracciano con i loro riff soffici e sognanti, e quello che avevi solo immaginato ascoltando Lonerism diventa realtà. Dinosaur Jr é gente che sa il fatto suo. J Mascis suona da vent’anni la stessa canzone, ma la suona da Dio. Qui c’è l’America, sterminata e provinciale, “Feel the pain” diventa una bandiera da tirare in alto per poter dire “Noi c’eravamo”. Deerhunter e il suo male di vivere approfondisce l’idea che suonare in una band oggi può essere ancora l’unico modo per sopravvivere ad un corpo che imprigiona e spaventa. Emotività, dolore, rabbia, ma anche speranza. Tutto questo è stato Deerhunter. Phoenix e il loro finto snobismo. Solo perché sono francesi? Il cantante in piedi davanti alla folla, sembra voler abbracciare ognuno di noi. Ci vuole bene, si sente. Non te lo aspetteresti mai da un “fighetto” come lui. Ma se J Mascis alla fine del concerto compare al suo fianco per regalarci tre minuti di vera chitarra un motivo ci sarà? Performance tra le migliori del Festival. Jesus and Mary Chain hanno fatto il loro tempo è vero. Il suono arriva stanco e sfilacciato. Ma qualcosa resta in fondo, come un virus che non ha mai smesso di essere tale, quell’attitudine alla pura sostanza, quel preferire l’essere all’apparire, ancora ci coinvolge e ce li fa amare come un tempo. Kurt Vile. Un ragazzo dalla folta chioma, uscito anche lui dagli anni 70, ricorda un timido Lou Reed ma con un’anima da cantautore classico trascinante. Waking on a Pretty Daze è un disco da avere assolutamente. E poi questo James Blake. La folla è in delirio. Una ragazza inglese accanto a me tracanna tempestivamente la sua pinta di birra per avere le mani libere. Tutti ballano. I suoi beat di plastica riescono ad avere lo stesso effetto di un’orchestra sinfonica. Suona come musica da primo appuntamento. Dead Can Dance, lo spazio che accoglie Lisa Gerrard e Brendan Perry si riempie e resta in estatico silenzio ad ascoltare le loro voci immortali nel tempo. Un serpente che non dorme mai, una migrazione gioiosa tra un palco e l’altro ci porta davanti ai Django Django che ci fanno sudare e ballare come se non ci fosse un domani. Scoordinati, un po’ meno accattivanti del disco, ma irresistibili e goderecci. E infine i Blur, Damon Albarn non è più quel ragazzo dallo sguardo languido e disperso, Graham Coxon deve averne vista passare di acqua (e non solo) sotto i ponti. Ma l’attacco di Girls & Boys resta nell’olimpo della migliore musica da festa.
Se avessi dei figli, avrei come obbligo morale di farli crescere nel rispetto dell’altro e nella contemplazione del bello. Augureri che nella loro vita ci fossero una, dieci, cento, mille Primavere Sound. Perchè questo è stato essere lì in quei giorni. Volti, colori, look, modi di ballare diversi, totale mancanza di cattivo gusto, totale mancanza di trash se non in senso artistico. Esperienza da ripetere, non prima però di avere evangelizzato una discreta porzione di amici, parenti, colleghi o perfetti sconosciuti.





















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