Tutti lo sanno, o almeno tutti coloro nati e cresciuti tra Bibbia e Babbi Natale: Natale è la festa dell’attesa – senza che mai qualcosa arrivi davvero.
È questo a renderlo così trasversale e comprensibile, forse, a sottrarlo all’esclusivo uso e consumo dei cristiani praticanti: in fondo ci aspettiamo tutti un “qualcosa” che arrivi e cambi la nostra fortuna, dia senso al caso necessario che ci ha fatto stare dove stiamo e che spesso ci fa sentire costretti e in qualche modo esclusi. La nascita di Gesù è solo una delle tante incarnazioni (ammetto, di successo) di questa idea. Il bambinello – di cui tutti i vangeli tacciono la reale data di nascita dimostrando precocemente l’idiosincrasia della religione per un’esposizione scientifica dei fatti – si è infatti appropriato dell’antica festa del Sole invitto, ovvero i festeggiamenti del 25 dicembre per la rinascita del Sole dopo il progressivo incedere delle tenebre, culminante nel solstizio d’inverno, il giorno più buio dell’anno. Un’abile mossa di marketing da parte della Chiesa quest’appropriazione, non c’è che dire, e questo dovrebbe far tacere una volta per tutte chi si lamenta che il Santo Natale è stato “snaturato” in favore del commercio. È nato commerciale, volto alla vendita più efficace possibile di un’idea, spazzando via la concorrenza.
Se guardiamo alle origini, Natale è la festa di chi spera e aspetta che la luce che torna ad allungare le giornate batta anche nell’angolo grigio in cui il caso e l’ottusità di alcuni uomini l’hanno relegato.
E per chi come me, come molti di noi, è escluso anche dalla gioia di avere una vita legalmente riconosciuta - sposarmi con Tiziano Ferro, sposarci con chi ci pare – questo Natale perennemente “in casa Cupiello”, in famiglie dove non è raro il nascondimento e la tragicommedia (il dover per esempio escludere dai festeggiamenti il compagno o la compagna del figlio gay), è a volte più una seccatura venata di tristezza che una festa.
Mi sembra che i regali a questo servono: a distrarci dall’acuta sensazione dell’attesa, facendoci credere che uno spremiagrumi o un nuovo profumo sono proprio quello che… aspettavamo.
Così mi è venuta voglia di poesia, prima di sentire quelle dei nostri nipotini delle elementari, imparate a memoria, che parlano dell’arrivo di qualcuno, non si capisce mai di chi, un po’ per la scelta incompetente delle maestre, un po’ per le vocine stridule che si mangiano parole, un po’ per l’emozione, comunque una specie di figura mitologica e bifronte, un incrocio tra Babbo Natale e il Bambino Gesù che deve portare i regali proprio quelli costosi che hanno chiesto, niente sottomarche altrimenti smetti di essere il genitore o lo zio preferito (anche i bambini che credono in Babbo Natale sanno con intuizione precisissima con chi prendersela se il regalo che hanno scartato li delude). Anche se poi ammetto che sono carini quei nipotini con quei dentini uno sì e uno no come una cornicetta ben fatta su uno dei loro quaderni a quadretti.
Io, che non voglio essere da meno, ho scelto una breve poesia natalizia di W. H. Auden intitolata La visione dei pastori (potete leggerla qua sotto) come un tentativo di parlare dell’attesa tra chi, escluso come i pastori, aspetta qualcosa per sé.
Auden è il poeta omosessuale di La verità, vi prego, sull’amore, raccolta in cui è contenuta la toccante Blues in memoria, resa celebre dalla lettura che ne fa Matthew al funerale del suo compagno in Quattro matrimoni e un funerale. Dopo quarant’anni dall’ultima edizione, è riuscito in italiano Oratorio di Natale, in cui Auden interseca in modo originale il racconto della nascita di Cristo con il disastro storico della Seconda Guerra Mondiale, la morte della madre e la fine della sua relazione con Chester Kallman e nel farlo, come dice lui stesso, rompe un paio di decorazioni natalizie…
Auden fa parlare i pastori di diritti e di valori e mi piace interpretarla come se i pastorelli del presepe rappresentassero tutti gli emarginati, i sommersi e non salvati: lavoratori, omosessuali, eccetera. Nella poesia la lotta sembra comune e il nemico sembra sempre lo stesso: il potere che snobba il concetto d’uguaglianza e mantiene la tradizione fin dove sono le proprie convenienze.
È una poesia politica, e mi semb
ra che se c’è qualcosa che tutti aspettiamo è un po’ di politica in più e in meglio, nuova e diversa, lontana dagli scandali e dalle urla da cortile.
Diventa così per me la poesia dell’attesa di un nuovo modo di impegnarsi per i nostri diritti – i diritti di tutti – “Perché, pur ignorandone la ragione, sappiamo che qualcosa accadrà / che cosa, non sappiamo / ma non si tratterà di uno scoop giornalistico di eccezionale interesse umano; / il che significa sempre qualcosa di spiacevole. / Ma un giorno o l’altro udiremo la Buona Novella”.
La buona notizia che finalmente il nostro destino è in mano a noi, nessuno verrà a salvarci.
E non importa. Perché chi non aspetta nessuno è pronto ad agire.
Buone feste.
La Visione dei Pastori
La notte d’inverno richiede la nostra cura costante
per far sì che l’acqua e la buona volontà,
il calore e il benessere ci siano ancora all’alba.IL SECONDO PASTORE
Poiché dietro la spontanea gioia di vivere
c’è sempre un meccanismo da far andare,IL TERZO PASTORE
e lì troverai sempre uno come noi.
IL PRIMO PASTORE
Coloro che ci assicurano che la loro educazione
e i loro soldi ci nocerebbero senz’altro –
come siamo veri così come siamo, e come ci invidiano
dato che solo l’albero senza centro
e l’incolto pettirosso sono realmente felici –
be’ costoro se la sono cavata mica male:IL SECONDO PASTORE
allo stesso modo notiamo come chi insiste
che dovremmo ribellarci per i nostri diritti
e che noi contiamo eccome,
insiste allo stesso modo che non importa
se uno di noi viene arrestato o ferito, poiché
è solo il nostro numero che conta.IL TERZO PASTORE
In un certo senso hanno ragione,
IL PRIMO PASTORE
ma comportarsi come un ingranaggio
mentre uno sa di essere ben altro,IL SECONDO PASTORE
usare il proprio corpo appassionato solo per incrementare una folla,
non è una virtù.IL TERZO PASTORE
Quel che è vero
è che ciascuno di noi è in attesa.IL PRIMO PASTORE
Per questo riusciamo a sopportare
vestiti preconfezionati, arte e opinioni di seconda mano,
e di essere spazzati via e tiranneggiati;IL SECONDO PASTORE
è per questo che non dovreste prendere le nostre conversazioni
troppo sul serio, né leggerci chissà cosa
nelle nostre canzoni;IL TERZO PASTORE
sono solo modi per evitare
di passare il tempo a guardare l’orologio.IL PRIMO PASTORE
Perché, pur ignorandone la ragione, sappiamo qualcosa
accadrà:IL SECONDO PASTORE
che cosa, non sappiamo,
IL TERZO PASTORE
ma non si tratterà di uno scoop giornalistico
di eccezionale interesse umano;IL PRIMO PASTORE
il che significa sempre qualcosa di spiacevole.
IL SECONDO PASTORE
Ma un giorno o l’altro
udiremo la Buona Novella.Tratto da Oratorio di Natale, Transeuropa Edizioni










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3 commenti
camilla says:
24 dicembre 2012 a 22:55 (UTC 2 )
Grazie non conoscevo questo bellissimo oratorio per tutti gli esseri umani, indifferentemente dalle preferenze sessuali.
Steve says:
21 dicembre 2011 a 14:36 (UTC 2 )
Direi, in aggiunta, che il problema fondamentale della comunità glbtqi in italia è di essere pochissimo consapevole del suo peso. Già ora si potrebbe influenzare moltissimo la politica e l’opinione pubblica. E in modi molto semplici.
La psicologia sociale insegna da decenni che le maggioranze vengono influenzate dalle minoranze, A PATTO CHE le minoranze siano omogenee e coese.
Per chi volesse solo l’ultima delle tante conferme sperimentali, addirittura dal mondo animale, ecco fresca fresca una notiziola su Le Scienze di oggi:
http://www.lescienze.it/news/2011/12/19/news/il_qualunquismo_fondamentale_per_la_democrazia-746559/
QUINDI se volessimo veramente ottenere un obiettivo concreto tra molti occorre costruire una forte coesione sull’obiettivo, ribadirlo continuamente e dare l’immagine di essere tutti uniti e d’accordo sullo stesso. Senza se e senza ma… e senza personalismi…
Non sarebbe difficile no? Eppure …
Federico says:
20 dicembre 2011 a 21:33 (UTC 2 )
Complimenti anche per questo articolo! Parole sante..!