postato il 19 gennaio 2011
Sono l’unica persona al mondo ad aver fatto coming out con la propria madre per ben tre volte? Credo proprio di sì. La prima risale a quando avevo cinque anni e, come forse saprete fin dal primo post, ha a che fare con Cappuccetto Rosso. È giunto il momento di scendere nei dettagli. Quando avevo cinque anni mia madre ha rischiato un ricovero al manicomio di Santa Maria della Pietà, a due passi da casa, perché aveva un figlio che voleva ascoltare ventiquattro ore su ventiquattro la favola di Cappuccetto Rosso. Volevo ascoltarla mentre facevo il bagnetto, mentre facevamo la spesa, volevo ascoltarla quando mia madre parlava al telefono con le amiche, volevo ascoltarla quando andavo a letto e quando mi svegliavo; e mia madre mi assecondava pur di non sentirmi lamentare. Poi un giorno successe quello che successe e non volle raccontarmela mai più.
Quel giorno come sempre mia madre, rispondendo all’instancabile richiesta del suo figlioletto, aveva raccontato con dovizia di particolari della mamma che aveva preparato un cestino per la nonna, di Cappuccetto Rosso nel bosco, dell’incontro con il Lupo, dei suoi modi seducenti. A quel punto io: «Mamma, ma Cappuccetto Rosso è un bambino come me?». Mia madre, con un grosso punto interrogativo sulla faccia: «Ma no, Andrea, Cappuccetto Rosso è una femminuccia, l’hai sentita mille volte questa storia, non l’avevi capito?». Andrea: «E allora perché si chiama Cappuccetto Rosso, con tutte “O”? Secondo me è un maschio». La povera mamma fa finta di nulla e va avanti. Quando arriva al punto in cui Cappuccetto Rosso e il Lupo travestito da nonna sono a letto, torno all’attacco. «Il piccolo Cappuccetto Rosso lo sa che quello è il Lupo, vero? Allora perché ci va a letto uguale?» Mamma, innervosita: «No che non lo sa, pensa che sia la nonna!». Io mi guardo la mia raccontastorie come se fosse la persona più ingenua del mondo e poi dico: «Sì sì». Mamma, infastidita: «Ora basta, è tardi, è ora di andare a nanna, sai già come finisce, arriva il cacciatore, e vissero tutti felici e contenti». Io: «Ok» mi piazzo ben bene sotto le coperte. Mia madre mi dà un bacetto sulla fronte, spegne la luce e fa per uscire dalla stanza. Io la blocco: «Mamma?». Lei, già sulla porta, si volta con un sorriso tirato e un po’ timoroso: «Sì?». Purtroppo mia madre descriveva nei minimi particolari la mamma, la nonna, il bosco, il lupo, perfino il cestino del pranzo, ma il mio personaggio preferito, quello che più accendeva la mia immaginazione, era relegato alle ultime parole, e a lui era sempre riservata una frettolosa descrizione. Dovevo sapere. «Mamma, ti volevo chiedere una cosa: ma ha più muscoli il Lupo o il Cacciatore?». Mamma: «D-o-r-m-i-!».
Mi sono svegliato quindici anni dopo con l’idea di fare finalmente a mia madre il discorso che mi terrorizzava molto più del lupo cattivo da piccolo e che preparavo e arricchivo di sfumature ormai da molto tempo. Avevo provato e riprovato nella mia mente tantissime varianti. Tutte però, prima di arrivare al punto, avevano una premessa indorapillola seguita da discorsi vaghi e vagamente adulatori sul fatto che era la migliore mamma del mondo, faceva il miglior sugo del mondo ecc. I discorsi che avevo pianificato partivano tutti da Adamo ed Eva e non erano più brevi della Bibbia. Uno cominciava col ricordarle l’episodio di Cappuccetto Rosso, ma qualcosa dentro di me mi diceva che non era saggio. Pensai pure di usare un metodo geniale visto in un film: «Mamma, papà, ho un cancro al cervello». I genitori, disperati: «Oh no, non è possibile». «No scherzo, sono solo gay.» Ma non lo usai, qualcosa mi diceva che il mio essere “schiavo della battuta” mi sarebbe potuto tornare più utile in altre circostanze!
Quella mattina, dopo un’ora di training autogeno e con le mani sudate che stringevano un cappuccino con la schiuma preparato amorevolmente da mia madre medesima, le dissi, sorprendendo prima di tutto me stesso: «Mamma, sono bisessuale».
Così, secco. Non lo so perché. Dove erano andati a finire quei coming out lunghi ed elaborati (e soprattutto interamente veri) che avevo pianificato? Forse d’istinto credetti che la miglior indorapillola fosse quella di farle credere che sì, mi piacevano gli uomini, ma mica perché non mi piacevano le donne…
Mia madre rimase immobile qualche secondo. Poi scoppiò a piangere. Voleva parlare, ma le lacrime glielo impedivano. E ogni volta che mia madre piange comincio a piangere anch’io, su questo sono molto italiano. Ci sfogammo un po’. Poi tentai di tranquillizzarla. Finalmente riuscì a parlare. Non sapevo cosa mi avrebbe detto. Disse che mi voleva bene e che se io le dicevo che essere così non era sbagliato lei si fidava di me e le andava bene, perché ero intelligente, perché avevo studiato, ero giudizioso e non le avevo dato mai delusioni. Allora le dissi: «Se è così allora non piangere. Perché piangi?». Lei: «Piango perché penso che però gli altri non ti accetteranno e sarai infelice». Questo mi gelò, perché in quel periodo un po’ la pensavo così anch’io, ma il mio orgoglio venne in mio soccorso subito: «Mamma, se sei fiero di te, se impari ad amarti, gli altri non possono renderti infelice per quello che sei. Se vuoi essere infelice lo sarai perché sei gay, perché hai un neo in faccia, perché sei grasso, troppo magro o per qualsiasi altro sciocco motivo». Fece sì con la testa, l’avevo convinta, si era resa conto che ero forte, e un po’ avevo convinto anche me. Il tempo mi avrebbe dato ragione.
Questa è tutta la storia del secondo coming out a mia madre. Beh, quasi tutta. Quello che non ho mai detto a nessuno, e che ora vi confesso, è che la frase originaria che mi è uscita dalla bocca di sua propria spontanea volontà non era esattamente «Mamma, sono bisessuale». Nello scriverla, prima, ho fatto, per dirla alla Word Microsoft, un po’ di “controllo ortografico e grammaticale”. A essere completamente onesti, dissi, preda di un lapsus a dir poco freudiano: «Mamma, sono bisexuale». Con la X. Non lo so che mi ha detto il cervello.
Il terzo coming out, fatto qualche anno più tardi, tecnicamente non è stato un vero e proprio coming out, piuttosto una rettifica.
«Mamma, io sono gay», le ho detto finalmente. E lei, senza smettere di spazzare: «È sempre una parola straniera, ma almeno è più facile da dire che bisexuale»…
Sappiamo tutti come Tiziano Ferro ha detto al mondo di essere gay. Chissà come gliel’avrà detto a sua madre…
E tu, come l’hai detto ai tuoi?
E se sei etero, come te l’hanno detto i tuoi amici?
Oppure, se sei un genitore, come te l’ha detto tuo figlio o tua figlia e come hai reagito?
Racconta com’è andata nei commenti! La tua esperienza può aiutare chi ancora deve trovare il coraggio di uscire alla scoperto. E poi comunque sfogarsi fa bene!
Infine, se sei un genitore, ti segnaliamo questa importante associazione, l’AGEDO (grazie di cuore per il vostro impegno!). Cos’é? Non può essere detto meglio che con le loro parole:
Vogliamo essere di aiuto e sostegno a quei genitori che hanno saputo dell’omosessualità della propria figlia o figlio e ne soffrono perché per loro è difficile comprendere e accettare. Pensiamo di poter condividere il loro disagio offrendoci come interlocutori per un dialogo su una situazione che noi abbiamo vissuto e superato.
L’A.GE.D.O. è costituita da genitori, parenti e amici di uomini e donne omosessuali, bisessuali e transessuali che si impegnano per l’affermazione dei loro diritti civili e per l’affermazione del diritto alla identità personale.








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cristina says:
21 marzo 2013 a 21:27 (UTC 2 )
penso di essermi presa la prima cotta all’età di 5 anni, lei era una mia nuova compagna d’asilo che mi fu “rubata” da un’altra nuova compagna dalla faccia a topo, ci rimasi molto male, è uno dei pochissimi ricordi dell’asilo che ho.
la mia infanzia è stata tuttosommato piacevole, anche se in un quartiere con pochi bambini, avevo principalmente amici maschi perchè le bambine le trovavo lagnose, ma non ero un maschiaccio, ero una bambina fiera di essere una femmina (come lo sono ora cosa che non mi ha fatto capire presto la mia omosessualità, insieme ad una certa incapacità mentale mia). provavo sempre una certa dose di amore-odio per le bambine con la coda di cavallo, che ritenevo sicure di sè e carismatiche.
alle medie il mio gruppo di amici era il più LGBT che potessi avere (molto prima che noi ne sapessimo il significato) eravamo in 5 inseparabili tra questi Nicola che per noi era una bambina e valentina che per noi era un bambino, all’epoca era tutto assolutamente normale. non era lo stesso a scuola, una scuola media cattolica dove un mio compagno fu espulso e poi bocciato per la sua abitudine di usare il lucidalabbra e lo smalto.
il dramma, il primo, ci fu alle superiori, mi ero innamorata di una mia compagna di classe, cosa che relizzai molti anni dopo, ma lei un giorno lascia la scuola per “motivi di salute”, da lì sono iniziati gli attacchi di panico, tutti i giorni dopo ricreazione, un giorno si e uno no al pronto soccorso. la psicologa di allora, che non aveva capito niente, mi disse che era stress da studio, sapevo che non era vero, ma ero troppo stanca per controbattere, cambiai scuola, gettando nel cesso tutti i miei progetti sul futuro. l’anno dopo incotrai la mia compagna, pesava 29 chili, era anoressica, l’andavo a trovare in ospedale dopo la scuola fino a che non ce la feci più, mi pesavano le sue parole “sei così bella, tu sei così magra” mi sentivo in colpa per la mia magrezza del tutto naturale e non voluta, mi sentivo un cattivo esempio, non la vidi mai più.
messo sopra un macigno su tutta la storia, la mia vita prosegui con una serie di fidanzati inutili, trombate di una notte a cui davo il numero di telefono sbagliato, non riuscivo a capire cosa ci trovasse la gente nel sesso, nelle relazioni e negli uomini, mi sentivo cinica.
io sono sempre stata aperta di mentalità, per quanto riguarda gli altri, per me purtroppo non molto, ma ricordo un giorno in macchina con un mio amico che serio mi dice ” sai, insomma, sono bisessuale” e io “beh ok, ero convinta fossi gay, ma mi sta bene lo stesso” finì tutto in una risata.
e poi arrivò Lei, ero all’università e un cambio di casa mi portò ad essere una delle sue coinquiline, fu amore a prima vista.
lei usciva da una storia incasinata con un ex denunciato per stalking, che durante la loro relazione le aveva fatto perdere qualunque amica e che ora non le lasciava la libertà di girare per strada liberamente, diventammo come sorelle, inseparabili.
lei però viaggiava spesso per studio, studiava lingue, mi resi lentamente conto di come la mia vita fosse diventata dipendente da lei, se ne resero conto prima i miei amici che mi furono molto vicini (grazie :-*)
durante uno dei suoi ultimi viaggi caddi in depressione, avevo capito che qualcosa non andava nel mio rapporto con lei e non riuscivo ad accettarlo, spinta dai i miei amici, stufi di gettarmi giù dal letto o di mettermici completamente ubriaca, e spaventata da una me stessa che pensava troppo spesso al suicidio, andai da una psicologa. dopo qualche mese riuscii a dirmi che a me Lei piaceva, che ero innamorata di lei, ma lei era un’eccezione. poi ad un certo punto capii, a me piacevano le donne, dei ragazzi mi piacevano gli occhi o i capelli se lunghi e ben curati, il resto mi faceva alquanto schifo, mentre delle donne mi piaceva tutto, le forme più morbide, i tratti più leggeri, i sederi più tondi e soprattutto, mi piacevano le tette. panico assoluto, chiamo la mia migliore amica (bisex) e inizio un’assurda conversazione che diceva più o meno così “mi piacciono le donne capisci è sbagliato” lei mi spiegò che non c’era niente di male e che era ora che ammettessi ciò che tutti sapevano da un sacco di tempo, mi rassicurò, ero sollevata, più tardi mi disse che era felice di aver fatto questa conversazione al telefono e no di persona altrimenti non si sarebbe trattenuta dal spaccarmi la faccia e che non provassi mai più a dire il termine “sbagliato” in sua presenza.
poi i primi baci a delle ragazze, le prime notti, tutto fu più semplice
il mio coming out in casa non lo fu affatto, soprattutto perchè non lo decisi io, io e mia madre stavamo guardando uno di quei programmi sugli abiti da sposa, e lei mi stava scassando sul tipo di abito che avrebbe voluto per me, io le dissi che non ci sperasse troppo che probabilmente non mi sarei mai sposata, lei si zittisce, mi guarda e mi fa “non sarai mica lesbica, vero?”, non fui coraggiosa, le dissi solo “che cazzo di domanda è?” diventando viola, lei era spaventata, io volevo sprofondare, uscii dalla stanza di corsa, la ritrovai in camera sua a parlare col gatto “tua sorella è gay, capisci amore è gay” presi il primo treno e tornai nel mio appartamento a centinaia di chilometri da lei, non ne parlammo mai più.
ora so che lo sa, dalle sue battutine, credo che in una qualche maniera lo abbia metabolizzato o che pensi sia una fase o boh, non mi interessa, mio padre non lo sa, anche se la prenderebbe di sicuro meglio di mia madre.
per ora vivo la mia vita senza problemi, vivo via di casa da molti anni questo mi facilita un po’ le cose, se avrò una fidanzata che valga la pena di presentare ai miei lo farò, se capiterà l’occasione glielo dirò, per il resto vivo la mia vita, sarò anche una codarda, ma per ora mi va bene così.
Alessandro B. says:
12 febbraio 2013 a 14:52 (UTC 2 )
Salve.
Il mio coming-out non è stato facile.
Ricordo che da bambino credevo di essere una femminuccia. Quando mia madre mi dava lo smalto, se prendevo un centro e lo mettevo sul capo fingendo dei capelli lunghi, quando la mia voce sembrava simile a quella di una cantante, allora ero contento… Per me erano le conferme di ciò che ero veramente.
Non nascondevo la mia attrazione per i ragazzi… Io frequentavo ancora le elementari e il pomeriggio facevo la hit-parade di ragazzi reali e dei protagonisti maschili dei cartoni animati.
Era normale per me confidare le mie preferenze, anche se provavo un’incomprensibile invidia e rabbia verso le mie coetanee.
Pian piano avvertivo che non erano ammesse attrazioni tra ragazzi. Non capivo il significato di termini come “frocio” o “recchione”, ma notavo disprezzo quando venivano pronunciate.
Così, cominciai a chiudermi e affrontai le scuole medie inferiori e superiori tenendo la mia omoaffettività dentro uno scrigno. Tuttavia, il modo di fare dolce, essere sensibile e soprattutto particolare fisicamente erano una vera e propria condanna: io non avevo solo una parte di me che non piaceva, ma ero marchiato in tutto e per tutto. I cambiamenti del mio corpo non erano fluidi, ero gracile, avevo tratti del viso in cui non mi riconoscevo, ero un bersaglio da parte dei compagni di classe e di quelli di altre sezioni perché ero brutto e timido. Tenevo per me stesso le canzonature sul mio aspetto, gli altri che mimavano i miei movimenti, le espressioni del volto e la paura con cui vivevo la giornata.
Feci il mio coming-out a diciassette anni sotto la spinta della depressione… Volevo far la finita e la mia dichiarazione era il bivio: o qualcuno mi avrebbe aiutato o non avrei più voluto vivere.
Mia madre piangeva e le sue lacrime mi avevano illuminato per un attimo di speranza dopo il mio “sono omosessuale”. Era solo illusione, però. L’unico mio genitore incomiciò subito dopo a scagliarsi contro il mio psicoterapeuta con telefonate e pretese assurde: io dovevo cambiare, non ero normale, ero malato ed era necessario un dottore più autorevole. E’ così che sono stato iniziato alla psichiatria con farmaci che mi facevano stare malissimo sia fisicamente che psicologicamente. Lo psichiatra con cui fui costretto a rimanere maggiormente aveva promesso di cambiarmi a mia madre e, quando io rivendicavo la mia omosessualità, si arrabbiava. La cosa positiva era che, grazie al mio gemello, ho accettato di sfidare la realtà stretta della provincia e ad affermare la mia omosessualità con orgoglio, senza paura, come qualcosa di autentico e bello, parte della varietà del mondo.
Le scelte di mia madre condizionano ancora la mia vita e la paralizzano. La medicina ancora presente, la solitudine e l’isolamento per falsità diffuse dai miei alla gente della zona e la negazione di autonomia fanno parte non solo del passato ma anche del presente. Il disagio sociale continua e l’aiuto è negato per non so quali difficoltà.
Quante volte vorrei incontrare qualcuno invece di notare sguardi che cambiano direzione per i fatti accaduti, mangiare la pizza con degli amici, sentirmi apprezzato e sapere che qualcuno tiene veramente a te, fare una corsa insieme e visitare luoghi nuovi. In altre parole sogno di vivere la vita e di conoscere l’amicizia e l’amore non solo come parole.
C says:
10 febbraio 2013 a 16:38 (UTC 2 )
Il mio coming out più grande è stato quello con me stessa. Un anno fa, a 19 anni: prima non avevo neanche sospettato di non essere etero. Sì, son sempre stata di mentalità aperta, contro ogni tipo di discriminazione e pro anche alla causa lgbt, ma al massimo mi dicevo ‘se mi dovessi innamorare di una donna in particolare mi andrebbe bene’, ma non immaginavo più di questo. A un certo punto ho iniziato a riflettere…non so cosa abbia fatto scattare la molla sinceramente, ma ho iniziato a fare caso a quando fissavo le ragazze, lo facevo per guardare i loro vestiti o c’era di più? Nello stesso periodo ho scoperto il canale di un’adorabile ragazza lesbica che parla della sua sessualità, di quello che significa, dà consigli etc (si chiama lesbiananswers comunque :3)…in una notte mi son guardata tutti i video…perché?-mi chiedevo…ma no, è solo curiosità…la stessa che mi ha spinto poi a cercare il gruppo per lesbiche della mia università e simili… E piano piano ho capito che sì, forse lo ero davvero…la mia conferma arrivò un giorno, a un ‘concerto’ di Cristina D’Avena a un supermercato (grazie Cri!)…subito dopo infatti andai a mangiare qualcosa al mcdonald’s, e le vidi: due fidanzate, una ragazza dai capelli lunghi e mossi col viso dolce e una coi capelli corti e l’aria cool. Erano adorabili insieme, si guardavano come se non esistesse altro, come se avessero trovato lo scopo della vita l’una nell’altra. Fu un dolcissimo fulmine a ciel sereno: ‘Oddio, mi piacciono le ragazze!’ Allora forse è per quello che mi cade l’occhio sui corpi femminili, é per quello che non riesco ad avere con gli uomini quell’affinità che ho con le donne, è per questo che non ho mai avuto una storia seria nonostante volessi innamorarmi…
Restai di sasso, non perché mi ritenevo sbagliata, ma perché…come diavolo avevo fatto a non accorgermene prima?! Mi sentivo come se avessi buttato 19 anni di vita!
La scoperta della mia sessualità non è ancora finita (non so se sono lesbica o bisessuale…) ma ora sono felice, sto con la ragazza che amo da quasi un anno e spero proprio di sposarmi e formare una famiglia con lei
Con i miei genitori non sono dichiarata, ho paura delle loro reazioni sapendo come la pensano… I miei stupendi amici invece l’hanno presa come mi aspettavo, per loro è una cosa normalissima (come infatti è) e non è cambiato nulla.
Francesco says:
9 febbraio 2013 a 19:05 (UTC 2 )
Salve a tutti.
Il mio coming-out con mia madre risale all’età di quindici anni.
Tuttavia, il coming-out può essere anche quello con sé stessi o con altre figure di riferimento.
Sin da quando ero piccolo ero consapevole di una cosa e cioè che mi piacevano i ragazzi. Sì, non i bimbi della mia età, ma i ragazzi più grandi e spesso mi accadeva di innamorarmi di qualche personaggio maschile dei miei cartoni animati preferiti. Inoltre, pur essendo di sesso maschile, impiegai un bel po’ per capirlo: all’inizio, infatti mi sentivo una bimba o almeno lo desideravo. Beh, diciamo che la mia identità di genere non mi era molto chiara. Una cosa che mi piaceva fare, quando ero piccolo, era giocare con le cose di mia madre, con i peluche e, in compagnia di mia cugina, anche con le bambole. Ad un certo punto, però, non so perché, mia madre diventò più severa e mi ricordava costantemente che ero un “maschio” e non una “femminuccia” (preciso che mio padre non mi prestava attenzione, ma al massimo mi mandava pesanti frecce di disprezzo e disappunto). Questo atteggiamento mi diede molto fastidio.
A quell’età ero contento per quello che ero, mi accettavo e per me era tutto normale. Strani per me erano coloro che, invece, non lo capivano. Poi, però, in particolare dalla scuola media in poi, cominciai a essere preso in giro. Non ero consapevole del significato delle parole con cui venivo schernito, ma qualcosa di nuovo stava scattando dentro di me: cominciai a reprimere qualsiasi pulsione di tipo affettivo. Da quel momento la sessualità divenne per me un tabù sul quale avevo messo la pietra tombale.
Fu solo all’età di quindici anni che riuscii a confidare il mio orientamento omosessuale a qualcuno. Questo “qualcuno” fu la psicoterapeuta che mi era stata assegnata in un centro di neuropsichiatria infantile, dato che da due anni avevo cominciato a soffrire di una forte ansia e di una cupa depressione.
Per me fu difficile ammettere di essere omosessuale perché mi sembrava di rendere ufficiale il fatto che ero diverso dagli altri, fuori dagli schemi, un maledetto da tutti e dal mondo. Lo dissi in lacrime a mia madre (mio padre era venuto a mancare da anni) e lei mi rassicurò, ma non fu detta l’ultima parola. Da quel momento cominciò per me una vera e propria odissea e il caso volle che fosse condivisa con il mio fratello gemello. Ancora, però, la vicenda nasconde per me dei segreti.
Mia madre cominciò a ripetermi che mi ero convinto di qualcosa di sbagliato, che ero confuso e che avevo solo tanta paura. Inoltre cominciò a non accettare la realtà e a dissentire dalle figure di esperti che mi seguivano per migliorare la mia situazione di forte disagio. Fu solo all’età di diciassette anni che feci il mio più bel coming-out con me stesso: cominciai ad apprezzarmi per quello che ero e iniziai a sentirmi un po’ speciale. Mi piaceva pensare così dato che venivo sempre denigrato e non mi sentivo apprezzato dagli altri.
Ben presto, però, per un motivo e per l’altro, lei cominciò a portarmi da psichiatri e a consegnarmi a quelli – che sfortuna! – più svitati e pericolosi della zona in cui vivo. Furono anni terribili e li passai all’insegna della solitudine, dell’isolamento e di pesantissime cure farmacologiche invalidanti. Ancora non mi spiego come riuscii a terminare il liceo, ad andare all’università, a laurearmi e a sperare in meglio intraprendendo anche il corso di laurea specialistica.
Ora ho trent’anni e solo da alcuni anni ho capito che a stare male davvero era ed è mia madre, oltre a qualche altro familiare, e non io.
Nonostante questo, dopo quindici anni di profonde sofferenze, sto pagando le pesanti conseguenze di un passato che non ho voluto, vivo in una condizione di isolamento e l’abbandono da parte delle figure sociali è schiacciante.
Vorrei (e dovrei) staccarmi da casa, andare a vivere in una città vitale per vivere meglio, ma nessuno è disponibile a collaborare e a rendere realtà questo piccolo desiderio.
Il mio sogno rimane questo: iniziare a vivere, innamorarmi, diventare insegnante e cogliere ciò che di bello riserva ogni momento della giornata.
Ciao
Francesco
MARGOT MINNELLI says:
28 novembre 2012 a 21:03 (UTC 2 )
Io ho fatto il comming out a sao Paulo in Brasile ,era il 1973 avevo 15 anni , micca come adesso nel mio tempo era veramente dificile , ma come mentine gli davo ai miei , sono gay, poi x diventare trans stato piu dificile ma no mi pento di niente ,very pride…
camilla says:
7 novembre 2012 a 22:08 (UTC 2 )
Beh un mio ragazzo me lo ha detto mentre eravamo insieme.Così, parlando di sesso e di esperienze passate. Lui non era gay piuttosto bisessuale. Aveva avuto infatuazioni forti per i ragazzi ma mai ricambiate. Durante la nostra relazione, in un periodo di lontananza, ebbe il suo primo rapporto sessuale con un ragazzo, ma concluse che preferiva le donne (e me nella fattispecie). Anche io ero molto curiosa dei rapporti fra donne, ma all’epoca non li avevo sperimentati. Il suo racconto mi fece piacere per lui e mi incuriosì. Tutto sommato era lusinghiero nei miei confronti!
Dopo la fine della nostra relazione lui ne ebbe altre, con uomini e anche donne, non nascose mai di essere attratto dagli uomini. Io sperimentai rapporti sessuali con donne, ma rimasi fisicamente attratta fondamentalmente dagli uomini (cosa che immagino comprenderai benissimo ; -) ). Le (rare) donne avevano le labbra tanto più morbide, erano come uno scherzo, un gioco, una golosità, uno specchio, una buffa simmetria, un po’ di esibizione, anche, gli uomini nudi erano bellissimi, erano amore, passione, scelta, voglia di condivisione, di costruzione comune e tutto il resto…
Credo che la mia sia un’esperienza più frequente di quanto si pensi, anche se non ne ho le prove.
I miei non lo hanno mai saputo, ma se fosse stata una scelta di vita o se mi fossi innamorata di una donna glielo avrei sicuramente detto.
Invece ho avuto un’amica lesbica che ha sottoposto a tensioni pesantissime la sua relazione perché non ha mai avuto il coraggio di dirlo a sua madre, di andare a convivere, di vivere apertamente come coppia la sua situazione in famiglia – con gli amici sì, per fortuna, lo disse subito. Anzi a dirla tutta a me lo disse prima di mettersi con questa ragazza, o meglio glielo cavai fuori io perché la vedevo fuori di sé. A quel punto la incoraggiai a seguire i suoi sentimenti. Ma la sua donna pativa molto il silenzio con la famiglia ed era una cosa molto triste.
A. says:
4 agosto 2012 a 19:37 (UTC 2 )
Io sono etero, sempre stata attratta da ragazzi e uomini, ma attualmente e da due anni innamoratissima di una ragazza lesbica. In questi ultimi mesi sto avendo una specie di storia con lei e anche se sono felicissima, baciarla non mi ha fatto capire che mi piacciono le donne. Continuano a piacermi gli uomini, se mi guardo a giro o in TV mi attraggono i maschi, semplicemente lei per me va oltre a tutto… mia mamma l’ha saputo mentre io ero ubriaca. Esatto, brutto, ma probabilmente io ci avrei messo troppo a dirglielo.. e si è dimostrata molto aperta… invece lei mi ha raccontato che quando lo ha detto ai suoi hanno smesso di salutarla, le hanno proibito di uscire all’inizio e poi per un certo periodo facevano come se non ci fosse…dopo un po’ di tempo sono tornati alla normalità, ma da questo si capisce quanto le persone sono diverse e reagiscano diversamente, anche se alla fine spesso, un/a figlio/a è sempre un/a figlio/a e viene accettato/a, se non anche capito
Anto says:
1 luglio 2012 a 11:28 (UTC 2 )
E io come l’ho detto ai miei?…è stato ad ottobre 2011, ero lì a fare le faccende di casa e nel frattempo litigavo mortalmente con la mia ragazza di allora, mamma era in casa e ha sentito, parole, frasi…quando ho terminato la telefonata ,lei col terrore negli occhi mi ha chiesto cosa stesse accadendo, che quel rapporto era strano e mi ha detto che voleva sapere e io nella rabbia accumulata per il litigio, un po’ perché non ce la facevo più a fingere ho detto “e se pure fosse?” in quell’istante credo che entrambe avremmo voluto sprofondare nel più profondo degli abissi, ma non stare lì ad ascoltare (lei) e dire (io) quella frase….dopo la tempesta….è arrivata mia sorella (più grande di me) e non ho trovato comprensione, non mi ha ascoltato, non le interessava, stavo facendo del male a mamma e papà e questo non andava bene, mi ero fatta fare il lavaggio del cervello, stavo seguendo la moda (????), che lei di “questa cosa” ne aveva lette tante ma una cura ancora non si era trovata….il mondo mi si è sgretolato addosso, non credevo alla miei orecchie, ma non mi sono meravigliata, avevo ben in mente la reazione di ognuno di loro…mio padre si è dimostrato comprensivo, ha voluto sapere, ma poi si è fatto da parte, non ha avuto la forza per continuare a stare dalla mia parte e darmi quell’appoggio che cercavo. Siamo una famiglia unita, ma parliamo poco tra noi, ora a distanza di mesi sembra non essere cambiato nulla, come se quel 16 ottobre 2011 non fosse mai esistito e io mi dispero ancora di più…non so come affrontare la cosa e come posso pretendere che lo facciano loro?
il mio è stato un “non” coming out….il coraggio mi manca, spero un giorno di ritrovarlo…
Andrea Bordoni says:
2 luglio 2012 a 20:13 (UTC 2 )
Cara Anto,
innanzitutto, grazie di aver condiviso con noi un’esperienza così intima e importante.
Ora ti dirò una cosa brutta e poi una bella – pronta?
La brutta: il coming out raramente è una passeggiata e per i genitori rappresenta una sorta di “lutto”. L’immagine che volevano coltivare di te non c’è più, ora sei Anto che è anche lesbica. E questo per loro è difficile da accettare, soprattutto in una società come la nostra ancora in evoluzione dal punto di vista dei diritti civili, che molto spesso “educa male” i genitori sulla faccenda dell’orientamento sessuale dei figli. Lo stesso vale per tua sorella. Quanto ci vuole perché questa situazione passi? Non si possono dare ricette. Ma l’ingrediente fondamentale sei tu, Anto, alla ricerca della felicità che ogni essere umano ha diritto di cercare – e di trovare.
Da quello che dici, nella tua famiglia sembra che le emozioni siano un argomento difficile (e per chi non lo sono in fin dei conti?). Però mi sembra anche che tu abbia risorse su cui puoi fare affidamento; penso a tuo padre, che anche se non completamente ha provato a darti supporto. Ora io non so quanti anni hai, ti immagino adolescente a casa dei tuoi, e so che una situazione così può essere difficile. Però se tornerai ad aprirti, magari in momenti più sereni, a raccontare le tue felicità a tuo padre, ad esempio, a condividere la bellezza di essere te stessa, le cose possono migliorare. Puoi trovare il sostegno che ti permetterà di condividerlo di più con tua sorella e con tua madre. In questo processo, Anto, non trascurare le tue amiche, etero o lesbiche che siano, perché sono una risorsa importante!
La cosa bella: Anto hai fatto coming out! Sai che ci sono cinquantenni che non hanno trovato né il coraggio né le parole per farlo? La buona notizia è che hai superato un grande scoglio nella vita di gay e lesbiche, e la libertà, il coraggio e la coerenza che hai avuto nell’essere te stessa oggi non ti verranno mai tolti.
In più, i coming out qualche volta sono “da favola” ma molto più spesso non sono come ce li aspettavamo, perché nutriamo anche noi delle aspettative, idealizziamo i nostri genitori (o fratelli e sorelle), vorremmo sentirci meno soli dopo averlo fatto, avere finalmente appoggio, invece all’inizio ci si può sentire in difficoltà, ignorati, non capiti. Paradossalmente, spesso siamo noi a dover dare appoggio ai nostri genitori guidandoli nella direzione giusta, insegnandogli delle cose di cui non sanno nulla, di cui non si sono interessati fino a quel momento. Queste grosse difficoltà che ci ritroviamo ad affrontare – al posto o spesso contemporaneamente al sollievo e alla soddisfazione di averlo detto – sono l’effetto del grande investimento emotivo che abbiamo fatto. Alla fine l’unica cosa che i tuoi genitori vogliono è che tu sia felice, e se condividerai con loro questa felicità, serenamente, vedrai che col tempo si “educheranno” anche loro e magari te li ritroverai al Pride, accanto a te, alla tua futura compagna e ai loro nipotini (sempre che tu voglia figli ovviamente).
A rileggerti presto
Valentina says:
30 giugno 2012 a 18:37 (UTC 2 )
per me è stato così:
http://dipiccolecose.wordpress.com/2012/04/24/24-aprile/
Greta says:
28 giugno 2012 a 13:17 (UTC 2 )
Caro Andrea (ormai a leggerti in continuazione mi sembra di conoscerti!), forse c’è qualcuno che ti batte! Io di Coming Out ne ho fatti 4! E non sto nemmeno a contare la volta che lo dissi a mia nonna….
La prima persona fu il mio meraviglioso fratellino, allora quattordicenne ma piuttosto sveglio. Io avevo 18 anni e stavo appena smettendo di nascondermi dietro un dito, anche se mi “definivo” bisessuale. Il suo commento quando glielo dissi fu:”Bene! Vedi di portare qualche strafiga a casa!
“:
Io mi rotolai dalle risate e mi sentii il cuore tanto leggero.
Qualche mese dopo mio padre, pur non vivendo con noi, si accorge di qualcosa.
Quando una casinista rockettara inizia a deprimersi ascoltando Laura Pausini (che Jimi mi perdoni…) deve esserci qualcosa che non va!
E così, punzecchiandomi con l’aria di sapere già tutto, anche papà viene a sapere che c’era una ragazza che mi toglieva sonno, appetito e buongusto musicale.
Sua reazione:”Non dirlo alla mamma che le prende un colpo!!!”:
Ho preso il consiglio alla lettera, anche perché era decisamente fondato.
Salvo poi crollare a giugno 2009, quando senza neanche pensarci prima (e più che altro perché mi stava rompendo l’anima sul fatto che non le dicessi mai nulla),le sparo un bel :”Mamma, mi piacciono ANCHE le donne”:
Reazione: l’ha presa come uno scherzo. Non sono stata presa sul serio nemmeno per sbaglio! Della serie “si, si, certo tesoro, come no, mi accompagni al supermercato?”
Oh, io avevo fatto il mio! Coscienza in pace
La situazione precipita quasi un anno dopo, quando a marzo 2010 mia madre torna a casa prima dal lavoro e abbiamo fatto una rivisitazione del cliché “Cielo, mio marito!” con lei che cerca di entrare in camera mia, io mi butto nuda contro la porta per bloccarla urlando “NON CI SONO, NON CI SONO!!”
La mia ragazza non sapeva se ridere della mia imbecillaggine o rendersi conto della situazione poco allegra!
Insomma, da quel momento ha iniziato a credere che forse forse non la stavo prendendo in giro. Poi ci sono voluti altri 2 anni per farle capire che non esiste alcuna equazione del tipo “sono un po’ di fuori—–> “divento” lesbica”, e che non ho una fidanzata perché mi va di essere trasgressiva o imbarcarmi in cause perse.
Non me la sono mai sentita di raccontarle tutte le esperienze orribili, i momenti in cui ringrazi di avere abbastanza anni di Muay Thai alle spalle perché te la vedi brutta con qualche stronzo, l’umiliazione delle urla dalle macchine perché porti a cena la tua fidanzata tenendola per mano.
Preferisco risparmiarle di sapere che purtroppo la strada è ancora tanto in salita, e bisogna essere solidi e sicuri dell’amore che si prova per non abbandonarsi al “non ne vale la pena” e tornare a nascondersi dietro relazioni inutili e cazzate.
Claudio Amadan says:
14 giugno 2012 a 12:35 (UTC 2 )
Fortuntamente per me, ho capito di essere gay in maniera abbastanza semplice e superficiale, guardavo la tv e ho creato una statistica tra me e me di quante donne mi piacessero e quanti uomini, mentre mi intontivo per ore davanti al tubo catodico…
la statisca era arrivata tipo 10 a 0, correva l’anno 1993, avevo 15 anni e arrivato a quel punto della mia personale statistica non avevo altra scelta che fare spallucce e dirmi: “ok, sono gay, e ora?”.
a parte l’immediata sensazione di benessere provata, come se improvvisamente tutto di me avesse più senso, l’unico vero fastidio che mi restava era il fatto che degli sconosciuti lo avessero capito prima di me, mi tornavano alla memoria in quel momento episodi della mia infanzia in cui mi si faceva notare dai bambini della mia età che ero “frocio” e qualsiasi altro sinonimo di moda negli anni 80 quando ero bambino io. alcuni di questi simpatici bastardelli accompagnavano quello che voleva essere un insulto con un bel lancio di pietre, a scanso di equivoci, che per mia fortuna non mi hanno mai colpito.
ed è proprio su quello che ho puntato, non ho pensato: “mi tireranno le pietre tutta la vita, meglio essere etero”, cosa che sarebbe stata comunque impossibile anche per il solo fatto che non volevo rinunciare alla sensazione di benessere che ammettere a me stesso di essere gay comportava, ho pensato invece: “sono sempre stato fortunato, se mi tirano le pietre non mi colpiscono!”.
tutta questa premessa per parlare dei due unici coming out della mia vita, il primo era con un amico di scuola di un anno più grande di me, col quale passavo tempo assieme tutti i giorni.
questo mio amico, etero per amore di precisione, senza saperlo ha cambiato completamente la qualità della mia vita, non gliel’ho mai detto e forse non ne è nemmeno consapevole, ma mi ha illuminato. perché per quanto fosse stato facile ammetterlo a me stesso, avevo ancora mille dubbi e domande irrisolte e non avevo idea di come comportarmi con le persone, prima o poi qualcuno avrebbe dovuto saperlo, io non vedevo l’ora di parlarne anche perché mi sentivo un sacco solo a non poter condividere emozioni che tutti i miei coetanei sbandieravano ai quattro venti come se niente fosse. e di emozioni ne avevo a migliaia a 15 anni.
un bel pomeriggio, giorgio, mi sorride e mi dice: “in questi giorni sei diverso dal solito, sembri più sereno e contemporaneamente più silenzioso”.
rispondo: “è vero, ho capito parecchie cose tutte in una volta e non so bene come comportarmi”.
lui sornione, smargiasso e sicuro di se come sempre: “hai capito finalmente che tipi di ragazzi ti piacciono?”.
scoppio a ridere istericamente, più che per l’imbarazzo per la semplicità con cui aveva saltato la fase in cui chiedeva se mi piacevano le ragazze ed era arrivato direttamente alla conclusione giusta, permettendoci di saltare mille parole inutili e spiegazioni superflue.
poi aggiunge, visto che ero troppo impegnato a ridere per dire qualunque cosa: “voglio che tu sappia che non c’è niente di male, a qualcuno piacciono le donne, a qualcuno gli uomini, si fa quel che si può l’importante alla fine è stare bene con se stessi, neanche a dirlo mi puoi confidare qualunque cosa, specie i dettagli piccanti anche perché io non ti risparmierò mai i miei e se per quello nemmeno battute sporcaccione. se poi qualcuno ti tratta male per questo motivo tu vieni a raccontarmelo e ci penso io a metterli un pugno tra i denti”. (se volete saperlo è successo davvero, fortunatamente a parte pochi elementi al liceo non ho mai subito vessazioni tranne che da pochi individui sistemati alla fine non a pugni tutti da lui).
la mia solita fortuna, io non avevo un amico qualunque ne avevo uno meraviglioso, senza pregiudizi, aperto e protettivo.
da quella volta in avanti non ho mai avuto più bisogno di fare coming out, ho semplicemente sempre dato per scontato che la gente capisse al volo, che io non dovessi dare nessuna spiegazione e quando parlavo di sentimenti e di ragazzi, alla fine la cosa sembrava naturale a tutti (per carità, non nego di aver visto facce stranite e di aver subito domande imbarazzanti, ma con i miei amici, con gli estranei non c’è mai stato un momento in cui ho dovuto dire la frase “devo dirvi una cosa: sono gay”).
L’unico vero coming out ho dovuto farlo con mia madre (mio fratello aveva già scoperto tutto frugando in camera mia con disastrose conseguenze che poi col tempo si sono appianate e risolte, e a onor del vero anche io frugavo in camera sua quindi non potevo nemmeno lamentarmi dell’invasione della privacy).
non avendo idea di come farlo ed essendo uno che a voce non sa farsi capire ho fatto la vigliaccata di scriverle una lettera quando già a 18 anni avevo lasciato casa per andare a studiare all’università a circa 1500 km dal mio paese di origine.
dopo quella lettera mi disse che lo aveva sempre saputo anche se non voleva ammetterlo e la sua unica raccomandazione è stata di non dirlo a mio padre che sarebbe morto di crepacuore secondo lei (secondo me lo sottovalutava parecchio… mio padre è morto qualche hanno dopo senza mai averlo saputo direttamente da me ma sono sicuro che lo avesse capito da solo ancora prima di mia madre).
per quieto vivere mi sono sempre attenuto a quel dictat e non ne ho mai parlato con mio padre… e a dire il vero nemmeno con mia madre… in famiglia siamo fatti così, non parliamo delle cose finché non sono state elaborate, processate e siamo sicuri di non arrecare danno parlando a vanvera…
un bel giorno, mentre le chiedevo se potesse aggiustarmi la cerniera di un paio di pantaloni mi risponde: “sai che io queste cose non so farle, devi chiederlo a qualche zia”
io che non posso resistere dal fare battute a sproposito le dico: “certo che quando si tratta di fare cose da donna sei proprio incapace”
lei mi sorride: “contrariamente a te vero?”
da quel momento in poi (io avevo già 24 anni circa) sono crollati tutti i tabù, non ci siamo mai detti cose melense su quanto ci volessimo bene (noi raramente lo facciamo e siamo spesso accusati di essere freddi), era tutto molto ovvio e perfettamente nel nostro stile.
adesso è una suocera meravigliosa, di quelle che si schiera col fidanzato nelle discussioni, mai invadente, sempre col sorriso sulle labbra perfettamente a suo agio con la nostra diversa normalità.
Grace says:
9 maggio 2012 a 09:02 (UTC 2 )
Sono la sorella (poco presente perchè non vivo nella stessa città) di un ragazzo che due giorni fa ha fatto coming out in famiglia in maniera alquanto strana.
Dentro di me ho sempre pensato che potesse essere gay, ma ogni volta che provavo a parlarne con lui e a cercare di farlo aprire con me, lui mi mandava allegramente a quel paese. Sono antropologa e sono sempre stata la ribelle della famiglia, io molto più di lui e non avrei avuto nessun tipo di difficoltà ad ascoltarlo, a parlarne. Invece lui non l’ha fatto e adesso mi evita, sono due giorni che non riesco a sentirlo al telefono. Non mi risponde nè alle chiamate, nè ai messaggi, nè su Facebook.
L’ultimo messaggio che ho ricevuto da lui faceva più o meno così: “Mamma e papà pensano che io sia gay. Lo pensi anche tu, non è vero?”, che più che un’affermazione di liberazione mi sembra un volersi proclamare vittima di una situazione non vera. Io gli ho risposto che se penso qualcosa ne parlo con lui in prima persona e senza usare mezzucci come gli sms. Dopo di che…silenzio…
Domenica si cresima e io scenderò a casa per la festa. Non vorrei che lui avesse usato il coming out come uno schermo, in questo modo tutti sanno quello che hanno sempre pensato e lui non ha più problemi, anche se non è vero.
So che è un ragionamento contorto, ma non so più che pensare….
Andrea Bordoni says:
9 maggio 2012 a 09:31 (UTC 2 )
Ciao Grace, spero di aver capito la situazione e provo a risponderti.
In pratica tuo fratello non ha fatto un vero coming out, non ha mai detto di esserlo, ha detto solo una frase involuta su cosa pensavi tu e i vostri genitori senza confermare.
Questo potrebbe significare che ha il desiderio di dirlo, sente che è giusto e sarebbe buono per andare avanti con la sua vita, ma non si sente ancora pronto. Perché ha ragionato troppo sulle conseguenze ed è bloccato dai molti altri motivi che ci spingono a tenerci nascosti. Ma non ci si rende conto che quando lo si dice (parlo per esperienza personale e per le testimonianze raccolte qui), quando finalmente si è sinceri con se stessi e con gli altri, la sensazione di liberazione e di verità supera qualsiasi conseguenza.
Tu mi sembri una persona molto coscienziosa e aperta e hai il desiderio di aiutarlo. Ebbene il tuo ruolo ideale sarebbe fargli capire, senza pressioni, che sei dalla sua parte. Che sia gay o che non lo sia, che lo voglia dire o che non lo voglia dire… fagli capire che lo sosterrai in ogni caso.
Un abbraccio.
Filippo says:
29 marzo 2012 a 17:18 (UTC 2 )
Un tempo fa, se così posso dire, mi sono accettato come gay, dopo aver passato i primi 20/22 anni a non definirmi in alcun modo.
e sono sicurissimo che lo abbia fatto 

Al tempo internet non esisteva, era il 1990 e mi sono formato una cultura propriamente gay con una rivista di cultura omosessuale del tempo, Babilonia.
Ho compreso cose che sentivo da una vita ma che non riuscivo ad inquadrare, mi sono documentato, ho letto tutto quello che riuscivo a leggere con una fame di sapere inimmaginabile.
Poi pian piano, grazie anche ad una vissuta ma brevissima esperienza universitaria (interrotta poco dopo) e alla libertà che potevo godere in tali frangenti, ho ritenuto fosse arrivato il momento del mio coming out in famiglia.
Ritenevo a quel tempo che la cosa si fosse forse svolta in maniera dolce ed automatica (ovviamente sbagliavo) forte del fatto che i miei genitori erano sempre stati un’ottima famiglia.
Mi ricordo che ho pensato: dicono che mi amano, mi ameranno di più se sarò sincero.
Ricordo anche che organizzai l’incontro, dissi a mamma e papà che quella (famosa) sera avrei dovuto parlar loro, e quella sera ci riunimmo in camera loro, seduti in fondo al letto, io in centro loro ai lati (ho sempre avuto la passione per l’organizzazione).
Papà di nascita, cultura e vissuto siciliano (Palermo), mamma di Modena.
Presi fiato e …. lo dissi, così come si potrebbe dire, sai ho preso 7 a scuola
Ovviamente due reazioni contrapposte.
Mamma ammutulita e pensierosa, papà scosso e costernato, tale che poi ad un certo punto sbottò con una frase che non ricordo esattamente ma del tipo “se lo prendevo o no” – al chè mia madre proferì parola a mio padre, con un “Piero, taci”!
Per mio padre è stato sempre duro accettarlo, per lui gli omosessuali erano di 2 tipi: o ragazzi di strada, quindi marchettari od effeminati – ed io non ero nè l’uno nè l’altro. Per lui pertanto io uscivo dalle sue convinzioni e classificazioni e non è mai riuscito ad inquadrarmi. Per mia madre c’è sempre stata maggiore considerazione.
Papà poi è passato ad una fase di rigetto, ad una di lotta, ed infine non riuscendo in nessun suo intento ad una lunga fase di indifferenza – come se non gli avessi mai detto nulla – durata direi per 3/4 anni, fino alla sua dipartita da questa valle di lacrime ..
A quel punto, ho pensato dopo i dolori che mi avesse finalmente compreso
Per mamma è stato tutto più semplice, in un certo senso – mi è stata vicina passo a passo, ha incontrato tutti i miei fidanzati, mi ha supportato nei miei momenti di sconforto, ma senza intervenire in prima persona, solo attendendo il momento in cui io mi rapportavo a lei di mia iniziativa, mi ha sostenuto – pur evidentemente in lacrime – anche quando abbiamo appreso (peraltro nell’anno della morte di papà) la mia sieropositività e mi disse queste parole: coraggio, supereremo anche questa prova!
Le stiamo superando, in salute sto benone, convivo con il mio compagno a Bologna, problemi ce ne sono ma di altra natura, ora anche lavorativi , speriamo in bene
Filippo
Ba says:
4 marzo 2012 a 20:00 (UTC 2 )
Quando mi sono dichiarato, a 20 anni, l’ho fatto prima di tutto per egoismo: sapevo che nessuno mi avrebbe cacciato di casa, e non tolleravo proprio nascondere un aspetto tanto importante della mia personalità: lo vedevo come un compromesso ipocrita, e in quanto tale mi stava stretto; dovevo liberarmene indipendentemente dall’impatto che questo avrebbe avuto sui miei genitori. Non sono mai stato un uomo di tatto, quindi la mia dichiarazione è stata brusca e sono apparso molto risoluto, quasi ostinato – tipo “videvodireunacosasonogaysisonosicurosonogay”. I miei hanno versato qualche lacrima, mi hanno chiesto se ero mai stato con un uomo (e non ci ero mai stato), hanno suggerito che non è possibile prendere simili decisioni prima di aver fatto delle esperienze, che forse era una fase e che se mi sentivo confuso avrei potuto vedere uno psicologo. Io però ero proprio convinto del mio orientamento (ovvio, no?!), quindi ho spiegato che stavo benissimo e per un po’ non ne abbiamo più parlato.
Dopo cinque anni, in casa facciamo più liberamente accenni al mio orientamento sessuale. Ho scoperto anche che i miei genitori, passata la fase di terrore per l’orribile futuro di discriminazione, malattia e solitudine che davano per scontato per un gay, hanno sviluppato una certa sensibilità per l’argomento, si informano, stanno attenti alle notizie che passano i giornali e che circolano in rete. Insomma, sono proprio bravi, e tutto senza il mio aiuto! Il vero problema sono io, che non riesco a comunicare con loro: mio padre l’anno scorso ha espresso qualche dubbio sull’opportunità di concedere adozioni alle coppie gay. Io mi sono incazzato, so che aveva torto, ma non sono riuscito a ribattere in modo efficace, finendo con l’essere classificato come il “solito attivista rompicoglioni, che pensa che la realtà debba ruotare in torno ai gay”. Poi le parole giuste (che tra l’altro ricalcano grossomodo quelle espresse anche su questo blog) mi vengono in mente in ritardo. Mi ricostruisco in testa la discussione, e immagino di controbattere con le parole giuste, coi tempi giusti, ma è solo frustrante: la realtà è che non so comunicare, e finisco con il sembrare un fondamentalista gay, diciamo un gayatollah (o, se preferite per par condicio, un cardiAnale).
Oggi in tv hanno trasmesso i funerali di Lucio Dalla. Per movimentare la situazione a tavola ho pensato bene di raccontare quello che ha scritto Busi sul suo blog a questo proposito (chiedo scusa se linkare altri blog non rientra nel galateo informatico, cmq se vi interessa http://www.altriabusi.it/2012/03/03/su-lucio-dalla-e-sugli-scomparsi-ad-arte-gia-in-vita/), nel quale, come sempre bastian contrario e protagonista (non richiesto), l’autore cerca di ridimensionare il treno collettivo che si è sollevato per la scomparsa del cantante. Busi spesso finisce imprigionato dal suo ego straripante e dalla sua aggressività verbale, ma tutto sommato credo che nel suo piccolo e paradossale universo sia da considerare una voce critica molto salutare, che finisce per centrare sempre i tabù della società italiana (intendo quella parte di società che ha diritto di voto nel nostro paese); infatti la reazione che scatena non è mai “quel poveretto”, bensì “come si permette”… Insomma io ancora una volta mi son sentito rimproverare di pippamentalismo da mio fratello e di omocentrismo da mio padre, sortendo per l’ennesima volta l’inevitabile EFFETTO BUSI che detesto di me.
Sono andato fuori tema, ma è per chiedervi un consiglio: se sono tanto fortunato da avere una famiglia comprensiva e tollerante, faccio bene a cercare di spingere sempre più in là i loro limiti? O devo ammettere di essere un ragazzo viziato, che cerca irrispettosamente un conflitto quando dovrebbe solo ringraziare per la fortuna che ha avuto? A conti fatti, per ora il coming out mi è servito per avere la coscienza a posto (non mento a nessuno), ma non credo abbia significativamente migliorato il rapporto coi miei, che pure mi vogliono davvero bene.
Andrea Bordoni says:
6 marzo 2012 a 12:18 (UTC 2 )
Che dire Ba, coi genitori per un motivo o per un altro ci si scontra/litiga/sfida sempre. L’importante credo sia che tu riesca a dargli anche amore e riconoscenza. Che loro alla fine la possano pensare come te: ci contrastiamo ma ci vogliamo davvero bene!
Ba says:
7 marzo 2012 a 12:00 (UTC 2 )
Sagge parole come sempre. Magari ragionandoci a freddo vedrò le cose in un’altra prospettiva… Approfitto della tua risposta per farti i complimenti per il lavoro che fai con i tuoi amici: da qualche giorno seguo questo blog ma ho già bevuto tutti i post! A presto.
Federica says:
1 febbraio 2012 a 01:44 (UTC 2 )
Sì, anche per me la prassi. Lo confessai a quella che allora era la mia compagna di classe più vicina e per la quale avevo sviluppato una cottarella transitoria, ma che è stata mia amica durante i miei 15, 16 anni. Allora ero confusa io stessa rispetto ai miei stessi sentimenti; non sapevo che quello che provavo quando qualcuna mi piaceva, era il possibile inizio di un sentimento. Pensavo, al contrario, di non essere in grado di far decollare l’attrazione provata verso i ragazzi: ora so spiegarmi, soltanto perché dirigevo la ricerca verso gli oggetti sbagliati; come ignorando i batticuori che mi suscitavano periodicamente alcune coetanee. Il primo passo, ma in realtà l’unico vero problema che affrontai allora, fu capire cosa fosse una lesbica; volevo fare chiarezza. Avevo l’idea sbagliata che una lesbica dovesse necessariamente avere modi maschili, e accettare di esserlo sarebbe significato per me dover comunicare al mondo il mio essere meno donna. Questo mi faceva vergognare. Poi informandomi (non avevo ancora internet ma attraverso libri o articoli su delle riviste cercai di capirne di più) seppi che mi stavo sbagliando di grosso, e così seppi che cosa c’era. Sono lesbica! Non ci pensavo neanche lontanamente allora di fare coming out con i miei genitori. Anzi vivevo nella paura che lo scoprissero o lo sospettassero…”supponevo” che non l’avrebbero accettato, mai. Mi sembrava la cosa più importante di tutte nascondere questo segreto, finchè non mi innamorai per la prima volta, e i primi struggimenti tipici dell’adolescenza come qualcuno saprà, possono lasciare l’impressione di soffocare, di voler morire! Fu così che i miei genitori lo scoprirono (beh glielo lasciai scoprire). Piangevo e non si sapeva il perchè, non volevo dirlo; finchè mio padre non mi prese da parte, con l’aria più comprensiva del mondo e mi chiese che cosa avessi. “Sono innamorata, e il problema è che LEI non vuole stare con me!” Che devo dire, l’impatto fu morbido, si vedeva che questi genitori non sapessero che pesci pigliare, e si rivolsero ad un bravo psicoterapeuta che fortunatamente in meno di due sedute capì che il “problema” non era la mia confusione quanto la loro paura. Volle tenere tutta la famiglia in osservazione, ma loro decisero che non ne avevamo bisogno. Purtroppo questo era un chiaro segnale che avevano intenzione di insabbiare tutto. Non se n’è più parlato infatti. Finchè mia sorella, 5 anni più piccola di me, non si scopre bisessuale; aveva 20 anni lei, 25 io. Curiosamente la “battaglia” in famiglia è lei ad averla fatta; parlando senza vergogna, a volte persino senza quel tatto che lei…chiama omertà. Adesso i nostri genitori sono ben al corrente della situazione delle loro figlie; non si tratta di vera e propria accettazione, io so che in fondo siamo già accettate – amate così come siamo..però, sembra ancora adesso impossibile che loro capiscano che quella che ci attende non è una vita triste e solitaria, ai margini della “normalità”, scartate dalla società. Per loro il rammarico sta nell’immaginare un futuro peggiore, possibilità inferiori rispetto agli eterosessuali di avere una famiglia, degli affetti, dei figli, la felicità. E trattano l’idea che possiamo innamorarci di una donna, alla stregua di un capriccio, e questo per me è molto doloroso. Non so se fingano o se pensino davvero si tratti di una cosa inesistente, non vogliono neanche sentirne parlare altrimenti dicono frasi di scherno che possono fare molto male. Io ho molta paura del futuro e ho anche molta paura (il riflesso di quello che i miei genitori pensano?!) di non riuscire ad ottenere un giorno un nucleo familiare MIO, sano, felice, pieno d’amore, e mi sento debole quando non vedo attorno a me tanti esempi di omosessuali che ce l’hanno fatta. D’altro canto, a chi non spaventa un po’, il futuro?
Mad in Inghilterra says:
25 gennaio 2012 a 21:38 (UTC 2 )
In cucina, appena terminata l’ennesima chiaccherata al telefono con la proprietaria del didietro piu’ bello al mondo, mi butto: “Mamma, mi sa che lei mi piace proprio tanto…”
Vaca boia non e’ una sorpresa, non le faccio male, non la spavento, niente. Lei mi guarda seria e capisco che si e’ gia’ preparata il commento: “le persone come te,” mi fa, “devono imparare ad accettarsi e lasciare stare le altre persone.” Fortuna che non eravamo sedute comode per la chiaccherata, cosi’ me la son filata. Prima dalla cucina,poi anche da casa con un biglietto d’aereo di sola andata (ma per altri motivi, quella sua freddezza e’ stata solo l’ultima spinta e ringrazio Dio ogni giorno che sia arrivata a convincermi del tutto!).
Va bene cosi’. In un paesino di 500 abitanti altrimenti che scandalo.
Va bene, magari e’ stata la sorella in clausura a suggerire la risposta a mia madre.
Va bene che mi ricordo il parroco, ancora in cucina, io ad origliare in salotto, a dire a mamma di lasciarmi vivere la mia vita, anche se non l’ha convinta.
Va anche bene che tanto l’amata proprietaria del sopracitato capolavoro di sedere ha deciso di volere anello, marito e figlio (poi ha buttato fuori di casa lo sposo, magari lei si’ che avrebbe dovuto lasciare stare le persone sbagliate…).
Qualche annetto in Irlanda e che belle persone ho incontrato. Poi di nuovo l’amore, stavolta, per un uomo (nessuno e’ perfetto), la cosa che mi disturba di piu’ e’ che ha gli occhi azzurri, sempre invidiati gli occhi azzurri… mai ammirati prima. E mica avevo in programma un inglese. Siamo assieme da 14 anni anche se all’inizio era un po’ troppo geloso delle amiche, adesso l’ha capito che per inclinazione non tradisco. Non siamo sposati e per mia madre e’ ancora un’offesa, non puo’ piu’ dare la colpa alla malattia? perversione? stavolta sono proprio io a scegliere di ignorare l’istituzione del matrimonio (lo so, scherzo col fuoco.).
La cosa piu’ bizzarra: ho i capelli cortissimi e vuol dire che col mio amato non possiamo piu’ camminare per strada mano nella mano, pare che insetto stecchino che sono assomiglio troppo a un maschio, se ci teniamo stretti volano gli insulti dagli imbecilli e noi rischiamo di perdere la pazienza all’ennesimo “faggggotttts!” Per non parlare di quella volta che il suo capoturno ci ha visto per strada scambiare un bacino prima di andare a lavorare… sto parlando di una vita nella parte sud di Londra prima, sulla Manica adesso. Oh yes.
Intanto la vita continua, dopo diversi anni a girovagare il mondo campando da uno zaino, lavoro con persone con grave handicap fisico e mentale (le occhiate che si subiscono loro per strada… hanno un coraggio che mi commuove). Dopo anni d’assenza recentemente son tornata al paesello, dapprima con gran gioia di mia madre, ma la novita’ e’ durata poco. Ma va bene anche cosi’.
Lei adesso sta per imboccare il sentiero della demenza senile, sospetto che fino alla fine si ricordera’ di non sopportarmi anche se non esattamente il perche’. Ma anche quello va bene per me, perche’ un po’ d’impegno nella nostra relazione so di avercelo messo e non ho rimpianti. Certe volte le cose vanno per il verso giusto, certe volte sembra tutto sbagliato e invece mi ritrovo stupita di cos’e’ cambiato, in meglio.
Eppoi c’e’ quella collega bionda… noooo, sto scherzando, sono monogama.
Sono anche fuori di testa di gratitudine a questa mia vita e in esilio volontario(quanto mi mancano le Alpi!). Mettermi al mondo: mia mamma non lo ammette, ma quello e’ stato il suo capolavoro. Abbraccioni a tutti!!! Mad.
Besto says:
20 gennaio 2012 a 17:54 (UTC 2 )
Ore 00:30.. inizia l’ennesima diatriba con mio padre.. lo urta il fatto che io non abbia con lui e con mi madre un rapporto decente..
.. si lamenta del fatto che se non sono al lavoro sono fuori, se non sono fuori sono in camera, al pc o leggo…
.. si lamenta del fatto che a tavola faccio scena muta e che non appena le portate sono esaurite io mi defilo in camera..
.. si lamenta del fatto che quando esco non dico mai dove mi reco, ma vado sempre sul vago..
.. START…
Il litigio sembra prendere una piega alquanto strana.. non si basa più sul fatto che io sia assente, ma sul fatto che io non abbia mai una ragazza, inizia a insinuare che io possa frequentare gente poco racomandabile.. -” e spero per te che la sera tu vada a mignotte anzichè a mignottI”-
Questa frase urta il mio sistema nervoso.. e scaturisce in me una reazione a dir poco vulcanica.. inizio a urlare a cosa allude.. e dove vuole arrivare.. lui risponde con frasi ad effetto pronte a ribattere le mie..è una guerra ad armi pari, da una parte un guerriero che cerca di carpire un temibile segreto mentre dall ‘altro colui che cerca di difenderlo anche se con la voglia di non renderlo più tale…
Mamma sta dietro, seduta al tavolo segue preoccupata la lite, anche lei vorrebbe finalmente avere delle risposte, vorrebbe conoscere quale temibile mistero aleggia sul suo secondogenito..
Papà sembra avere la meglio, tra un urlo e un altro riesce a intersecare una frase che non ha bisogno di spiegazioni nè di risposte, quella la si leggeva sul mio volto -” ma sei gay?”- ..
Il mio sguardo si abbassa striscia sul pavimento alla ricerca degli occhi di mamma, lei in quel momento ha la testa china e le mani sulla testa, i capelli scombinati non lasciano intravedere i sui occhi, quelli che sempre mi hanno confortato, quelli in cui io trovavo rifugio dopo i castighi inflittomi, dopo gli schiaffoni di papà…..sono solo.
Dalla mia bocca esce la risposta.. -SI- ciò che vedo sembra un film in prima visione.. di cui io però sono il protagonista.. dopo questa il viso di mio padre non è quello di un vincitore e nemmeno quello di uno sconfitto.. assume un viso bonario i suoi occhi si addolciscono, finchè non mi dice -andiamo di là a parlare-, forse nemmeno mamma con la testa tra le sue mani pensava a una reazione tranquilla e certamente nemmeno io, avrei immaginato solo lo sfacelio familiare..
Passiamo dalla tempesta alla quiete.. i toni smorzati rendono quasi meno imbarazzante la conversazione, che scorre, come scorrono le domande, i dubbi che mamma e papà stanno esprimendo.
Anniuscono ad alcune risposte, storpiano il naso ad altre mentre ad altre forse non danno nemmeno peso, ora mamma ha sempre la sua aria dolce, il suo viso pronto a farmi tornare il sorriso, anche se, con un pò di tristezza mi dice -avrei immaginato una vita differente-..
Io vedo gli occhi inumidirsi.. ma lei mi conforta dicendomi che va tutto bene.. ha solo paura per cosa le gente possa pensare.
Nel frattempo papà fuma troppe sigarette ma ascolta compiaciuto forse stupito dalla determinazione e dalla sicurezza con cui io riesco a parlare ed a spiegare cosa consiste l’essere omosessuale..
Hanno paura per me, per la mia vita.. un lato di loro che non conoscevo mi è balzato agli occhi.. mamma mi prende tra le braccia e mi dà un bacio, papà spegne la sigaretta nel posacenere che gli portai da New york..
Scorro i minuti in un turbine di curiosità, sino all arrivo del primogenito..
Apre la porta e nota un quadretto poco tranquillo sà che qualcosa è successo, mio padre con aria spiritosa lo guarda e dice – e tu? sei gay pure tu?-…
Oramai la tesione che regnava inizialmente è smorzata dal sarcasmo, forse dovuto al nervoso.
Ora la famiglia è al completo, almeno non dovrò dare spiagazioni a ciascun familiare. si è fatto tardi e dopo aver fumato e aver passato magari qualche minuto di silenzio, arriva il momento di andare a dormire e di lasciare tutto ciò alle spalle. Ci dirigiamo a letto ma stavolta dandoci il bacio della buona notte, bacio che non ricevevo da quando avevo 15 anni..
Sto nel letto, sveglio, rifletto sento che è cambiato realmente qualcosa che la mia vita familiare da un’ora ha assunto una nuova forma… sento le voci dei miei provenire dalla camera, stanno parlando si stanno facendo forza…
I miei occhi sono stanchi e pesanti, al contario il mio stato d’animo oramai potrebbe volare cona farfalla, chiudo gli occhi, sento dei passi qualcuno sta venendo verso la mia camerafaccio finta di dormire…
Continuo a tenere gli occhi chiusi.. e sento una mano che accarezza la mia testa lucida e senza capelli… hanno deciso.. mi vogliono ancora bene!
accaduto alcuni anni fà.. ma lo ricordo sempre con piacere
Andrea Bordoni says:
20 gennaio 2012 a 18:36 (UTC 2 )
Grazie della testimonianza, toccante!
Quanti anni avevi?
Besto says:
21 gennaio 2012 a 11:11 (UTC 2 )
allora se non ricordo male avrò avuto 22/23 anni massimo…
che nottata…
grazie a te per lo spazio.
valentina says:
20 gennaio 2012 a 19:02 (UTC 2 )
Bellissimo post! Bellissima testimonianza!
Scrittura degna di un romanzo!
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COMING OUT DAY - LE TESTIMONIANZE DI CHI È "USCITO FUORI" says:
15 ottobre 2012 a 21:30 (UTC 2 )
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