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Breve e confusionaria storia della canzone gay italiana – Bonus track A

postato il 23 gennaio 2013

So che la quarta parte della Breve e confusionaria storia della canzone gay italiana l’ho intitolata “gran finale”. Invece eccomi qui a scrivere un nuovo capitolo. Del resto anche il secondo film di Alien si intitolava Aliens – Scontro finale e poi hanno fatto Alien 3 e 4. E pure Alien vs. Predator. E pure Aliens vs. Predator 2. Quindi come puntarmi il dito contro? Soprattutto se vi prometto un’analisi emozionante e sorprendente ma anche sanguinaria, acida e corrosiva dove ce ne sarà bisogno, proprio come la succitata saga.

Questo nuovo capitolo lo devo anche ai quasi duecento commenti dei lettori, che mi hanno segnalato altre canzoni e curiosità. Grazie.

L’idea di una bonus track della Breve e confusionaria storia della canzone gay italiana me l’ha fatta venire Laura Pausini, che nel suo Primavera in anticipo (2008) ha aggiunto proprio una traccia bonus per i fan che acquistavano l’album su iTunes. Il pezzo in questione è Un giorno dove vivere e parla anche di amori uomo-uomo…
A prescindere se apprezziate o meno la cantante internazionale dal marcato accento romagnolo, devo dire che questa canzone, nonostante non affronti l’argomento, come si suol dire, di petto, insomma non è molto esplicita, ha delle note positive essendo rivolta al pubblico più generalista possibile. Parla di normalità e di uguaglianza, di semplicità, e non sta lì a insegnare luoghi comuni e pregiudizi inconsapevoli (non so perché a questo proposito mi viene in mente la Tatangelo…).

Del resto Laura Pausini, tra l’altro grande amica di Tiziano Ferro (insieme hanno anche scritto La paura non esiste), ha sempre fatto dichiarazioni puntuali e apprezzate a favore dei diritti lgbt e dei matrimoni gay.

Un giorno dove vivere (clicca per ascoltarla), tra l’altro dice:

Come lui insieme a lui altri mille
foglie al vento ormai.

Non hanno terra non hanno identità
né passaporto per la libertà

Cercando soltanto un giorno dove vivere
di cose normali e dolcissime
un giorno che non c’è paura…

(Sia detto per inciso: se la comunità lgbt ringrazia per l’augurio di “un giorno che non c’è paura“, la grammatica italiana no)

Non puoi far finta di non accorgerti
che sono donne, sono uomini
come te, come me, come gli altri

Certo non è un pezzo che vuole rivoluzionare la musica italiana, a malapena la scalfisce, ma alcuni passaggi mi sembrano interessanti ed efficaci. La frase “cose normali e dolcissime” nel contesto mi piace molto.

Una novità fresca fresca, uscita come singolo a fine novembre 2012, è Metto in discussione, canzone contenuta nell’album Odio gli indifferenti. Lui è Piotta, che metterei nel gruppo di rapper italiani che hanno molto da dire (tra i quali sicuramente spicca Caparezza). L’altro gruppo invece è quello dei giovani per i giovani che parlano solo del fatto che si fanno le canne e poi gli viene fame, che non ci stanno dentro, che sono cresciuti in periferia e ce l’hanno tutti con loro, che giocano a PES e poco altro.

Piotta è un rapper romano, e spesso lo fa sentire, noto al grande pubblico soprattutto per Supercafone (1999), uno dei suoi brani più “leggeri” e commerciali, un inno al coatto romano, stile Troppo bello di Verdone. Una curiosità è che Supercafone, oltre ad aver scalato le classifiche italiane, è diventato un tormentone anche in Giappone, dove è stato scelto come sigla dei campionati di calcio! Non chiedetemi perché, misteri da Estremo Oriente.

Ma veniamo a Metto in discussione, pezzo di tutt’altro tono, tanto che inizia con queste parole:

La famiglia è solo etero, de genero ce ne sta uno,
una è la nuora, c’è clausura come suora
sopra al tema più temuto coppie gay coppie di fatto
e chi scrive il diritto poi magari sta strafatto.
Sta al family day e c’ha più scheletri che armadi,
e vende l’anima su e-bay in mezzo a mille mercenari.
Zitto non ci stare mai, open your mind
difendi con domande scomode quello che c’hai.

Decisamente schierato dalla parte dei diritti gay, sottolinea che si tratta di amore, e non dimentica l’importanza dell’adozione:

L’amore è senza limiti, né remore, né regole,
né codice, né giudice, dove tutto è possibile,
non giudico nessuno e io mi fido dell’affido
a persone in equilibrio e non in bilico su un filo.

Meglio due mamme che nessuna e stare sotto le macerie,
tra le bombe quelle vere, le intemperie, le frontiere.

Unica nota un pochino stonata, quest’ultima aggiunta “meglio due mamme che nessuna”: concetto usato spesso con le migliori intenzioni, ma che sembra sottintendere che poi, ancora meglio, ci sarebbero una mamma e un papà. Per dirla alla Piotta: riconsolamose co’ l’ajetto. Mentre sappiamo che gli studi dicono che non è la composizione della famiglia a fare la differenza.

Rimane comunque un bel pezzo, e non perdetevi il video, che nasconde un colpo di scena finale: la scena in sé mi è sembrata bella e fuori dagli stereotipi, ma collegata al resto del video può suscitare qualche perplessità. Voi che ne pensate?

Assolutamente da ascoltare anche il pezzo degli Africa Unite intitolato Così sia. Questo storico gruppo reggae attivo fin dagli anni ’80 (che ha come ispiratore, fin dal nome, Bob Marley) ha avuto nelle sue fila anche Max Casacci, uscito nel ’96 per poi fondare i Subsonica. Così sia (primo singolo dell’album Rootz, 2010) è un inno alla diversità e, con un video ben fatto e divertente, pieno di facce e di colori, suggerisce che in ogni epoca e in ogni luogo c’è sempre un diverso da attaccare e snobbare, ma spesso non ci rendiamo conto che siamo tutti un po’ diversi a prescindere dall’orientamento sessuale, dal colore della pelle, dal trucco o dal parrucco.
Il testo è tutto interessante, ne riporto solo un pezzo:

Pensi sia malato, affetto da un virus mortale, scarsa integrità.
Il moralismo genera violenza,
violenza cieca, non certo forza o virilità.
Omofobo perdente,
il pregiudizio è falso e inutile,
rispetta il tuo simile.

 

Non mi è chiaro se quello in copertina sia Perry o lo strano ragazzo

Dopo tanta lotta e orgoglio, posso affrontare un po’ di immancabile revival kitsch. Non posso non parlarvi di un certo Perry (Gian Pieretti) che nel 1963 usciva con una canzone intitolata Uno strano ragazzo. E indovinate che cosa aveva di strano? Esatto. Sembra tanto un bravo ragazzo ma se gli parli di qualche ragazza risponde: “Non fa per me”. Non ha vizi evidenti  (non gioca, non fuma, non beve), insomma quei vizi indicatori di virilità che il cantante sembra attribuirsi con soddisfazione, ma la sua perfezione è di facciata: “vedendolo così senza difetto / tutti lo credono un ragazzo perfetto ma” nasconde ben altri vizietti… Questo testo  andrebbe preso, incendiato e gettato nel water tirando allegramente la catena. Se nel ’63 il modello di uomo riconosciuto era esclusivamente quello alla Poveri ma Belli – sempre in cerca di ragazze, provandoci con tutte basta che avessero un davanzale prorompente – ci sta pure che un ragazzo come questo fosse considerato quanto meno un po’ strano. Avvertire la “stranezza” e la particolarità altrui non è per forza indice di disprezzo. Ma la canzone deride la differenza per rafforzare l’identità cameratesca del gruppo, e vuole aprire gli occhi della gente, che si sofferma su innocui difetti (un po’ di sbronze, un po’ di soldi persi al gioco, un po’ di fumo), a ben vedere segni di normalità, e rimane cieca di fronte a quello che davvero non va in un uomo.

Quando ti viene vicino
si vede che è un tipo strano,
ha il viso che sembra di velluto,
pare quasi che si sia truccato.
Quando gli stringi la mano
ti prega di stringere piano.
È proprio un bel tipo raffinato,
non c’è che dire è un ragazzo delicato.

Mondezza pure  è La canzone dell’ano (1993) del cabarettista Giuseppe Masia. Questa va proprio nell’umido. Perché, nonostante sia originale la scelta di fare un inno all’ano –Evviva evviva l’ano / tutti in cor gridiamo / Al cielo ti innalziamo / Ora cantiamo tutti per mano la canzone dell’ano – quando parla di gay (cosa inevitabile, a quanto pare, visto l’argomento) sfodera due versi dei più omofobi e di bassa lega mai sentiti. Ebbene sì: Il finocchio ce l’ha strano / Usa troppo il suo ano. Calmatevi, non prendete forcone e fiaccole per andare a casa di questo simpaticone, come ho avuto la tentazione di fare io appena sentito questo passaggio. Vi basti sapere che la canzone non ha avuto alcun successo, non è diventata la Canzone dell’anno, per aggiungere un’elegante N. Parole come finocchio e cose del genere scaraventano questa canzone nel calderone dell’umorismo becero facilmente dimenticabile.

Un’altra canzone programmaticamente kitsch è Scusa mamma se son gay, che i Cabala Prinz hanno giustamente portato al Festival di Sanscemo nel 1991. Tra parentesi non hanno vinto. Del resto se la giocavano con titoli come  Io non corro sennò poi sudo, Giapponesi Giapponesi (primo posto), Attaccami l’AIDS e A te ti piace Dalla (premio della critica).
Scusa mamma se son gay sfoggia frasi come Un ritocco alla parrucca / sono certo si cucca / Ma perché ho i peli qua / come quelli di papà?  e A proposito di donne / mi regali le tue gonne. Nonostante questa canzone sia ovviamente demenziale, perpetra uno stereotipo che si ritrova anche in canzoni “serie”. Questo mi dà l’occasione di ripetere quanti danni abbiano causato le canzoni che confondono l’orientamento sessuale con l’identità e i ruoli di genere. In due parole, dicasi orientamento sessuale:  mi piace un uomo, mi piace una donna, o tutti e due. Identità di genere: mi sento un uomo, mi sento una donna. Per la psicologia è ormai assodato che queste dimensioni della sessualità sono indipendenti. Canzoni come queste invece danno a intendere: se sei gay ti devi sentire anche donna. Anzi, sei gay perché ti senti una donna.

In realtà si può essere, tra le tante combinazioni, omosessuali e “divine” o omosessuali e spaccalegna/pompieri/cowboy… sono previste e vanno benissimo entrambe le cose (e molte molte altre, in diverse gradazioni. Non pensavate mica che la sessualità umana potesse ridursi a due o massimo tre categorie, eh?).
Il difetto principale di quasi tutta la produzione di canzoni a tematica omo del passato (con strascichi fino ai nostri giorni) sta invece nel fatto che la parola gay indica solo il travestitismo ed una effeminatezza sempre smaccata e macchiettistica.
Connotare l’omosessualità esclusivamente in questo modo consente di distinguerla nettamente dall’eterosessualità, sottolineando solo le diversità e aumentando il pregiudizio. Un gay mascolino che si vive la sua storia d’amore con un uomo altrettanto maschile non viene descritto nelle canzoni. Perché? Perché all’omofobo non fa ridere? Al benpensante non fa tenerezza (come in Pierre dei Pooh, 1978)? O soprattutto perché non può essere immediatamente individuato? Voce interiore omofoba: “Se il gay è tale e quale a me, potrebbe esserlo anche mio figlio, il mio migliore amico, anch’io, che paura!”.

Pare che Scusa mamma se son gay sia stata recuperata con gusto camp e goliardico da Gennaro Cosmo Parlato, ma non ne ho trovato traccia sul web.

È risaputo che al peggio non c’è mai fine, ma interromperei qui la parte trash per non farci troppo del male e passerei a un altro argomento. Nel secondo capitolo della Breve e confusionaria storia… avevo parlato delle canzoni a tematica lesbica e, nonostante avessi messo le mani avanti ammettendo una certa ignoranza sull’argomento, è stato piuttosto apprezzato dalle tante lettrici lelle e bisessuali. Eccomi quindi ad integrarlo con tre pezzi piuttosto interessanti, per motivi decisamente diversi.

Il primo è Che cosa dire di te di Anna Oxa, contenuto nell’album Senza Pietà (1999). Oltre a essere cantata da una delle voci più suadenti e originali del panorama italiano, Che cosa dire di te ha il merito di parlare di lesbismo con semplicità, senza i soliti pudori o la paura di “peccare” e essere giudicati dagli altri:

Che cosa dire di te… sei stato un grande amore

Che cosa dire di te… sei stata la mia ombra,
Come descrivere te… sicuramente donna.
È bastato quel soffio di vento
a separare noi,
ma sai cosa rimane qui
ricordo tenerissimo di te.

Nonostante parli di una storia finita, qui la Oxa non ha la tendenza (tipica di molte cantanti che hanno affrontato l’argomento) a inserire, quasi come una giustificazione, versi in cui si sottolinea che è stata un’unica avventura, una parentesi nel rigoroso percorso eterosessuale. Una curiosità: cercando il testo sul web ho notato che su tutti i siti c’era lo stesso errore. Il verso “come descrivere TE… sicuramente donna” si è trasformato in “come descrivere ME“… lapsus omonegativo o ogni tanto non si capisce quello che Anna Oxa dice? A voi l’ardua sentenza.

La seconda canzone di argomento lei-lei è di un’artista di cui ho già parlato in precedenza, Grazia Di Michele. Ma mi era sfuggita questa Ragiona col cuore (1983) contenuta nell’album omonimo, con storie tutte di donne.

Giovanni Dall’Orto, nella sua vastissima rassegna di canzoni lgbt, la definisce “una delle più belle canzoni lesbiche cantate in lingua italiana” per via del testo. In effetti è originale perché racconta di una donna gay che si sposa con un uomo sacrificando l’amore per conformarsi alla società. Il punto di vista è quello non giudicante ma struggente della compagna lasciata.

Chiara, questa io non l’ho capita,
sull’altare un’altra recita,
un coltello dentro al cuore
e un bouquet tra le dita.
Chiara non ricordi quella sera
fiamme le tue mani su di me.

Versi coraggiosi per il 1983, un grido schietto che però contrasta con il caratteristico filo di voce di Grazia Di Michele, che ti sembra di sentirla attraverso il muro, come se cantasse dall’altra stanza.

Parlando di fili di voce, arriviamo al gruppo spagnolo dei Mecano, che rientrano in questa raccolta per la loro versione in italiano di Mujer contra mujer che è diventata Per lei contro di lei (1989), meno nota sicuramente della famosissima Figlio della luna, canzone che amo molto e che è stata un successo internazionale. Vista la data è tecnicamente impossibile, ma la traduzione in italiano di Mujer contra mujer è talmente sconnessa che sembra essere stata fatta con google translate e subito incisa. Per esempio, i versi in cui le due protagoniste sono poeticamente rappresentate come due colombe che volano raso terra si trasformano nell’immagine sanguinolenta di colombe crivellate di colpi, perchè “vanno rase al suolo“. E quando si danno la mano sotto il tavolo, “quella mano la pelle scioglierà” in un effetto speciale horror alla Dario Argento. Anche per questi motivi è diventata per me una canzone cult e non riesco a togliermela dalla testa.
Mentre la versione originale inanella una serie di belle immagini (traduco io dallo spagnolo: Due donne che si sfiorano la mano / non hanno nulla di particolare … più tardi, quando saranno sole, verrà il resto della pelle oppure Se le trovassi labbra a labbra in un locale / non mi azzarderei neppure a tossire… Non sono tipo da scagliare la prima pietra … Con le mie pietre si costruirebbero una protezione), l’ingenua versione italiana, oltre che nei particolari orrorifici, inciampa, nonostante le buone intenzioni, in versi che a tratti sembrano descrivere non un amore che è ingiustamente costretto a nascondersi, ma quasi che deve farlo (È un amore che non va / l’amicizia servirà a coprirlo / quei due cuori aiuterà / quando vanno a spasso giù per la città).

Qui sotto la versione italiana. Questa invece la versione spagnola, con un videoclip tutto da vedere.

Capitoli precedenti:

Breve e confusionaria storia della canzone italiana (parte I)
Breve e confusionaria storia della canzone italiana (parte II)
Breve e confusionaria storia della canzone italiana (parte III)
Breve e confusionaria storia della canzone italiana (gran finale)

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4 commenti

  1. Goofie says:

    Ho cercato tra i post se l’avessi già citata in questo tuo splendido trattato, e non avendola trovata ti segnalo Paolo Pa del Banco del Mutuo Soccorso
    http://www.youtube.com/watch?v=gg_8o_AlZts

  2. marco says:

    Ho trovato anni fa questa canzone di Niccolò Agliardi (autore di Laura Pusini) che mi ha commosso e ancora mi continua commuovere…..Era stata presentata la famigerato festival di San Remo che tutti ricordiamo nel quale Povia stafatto ha cantato “Luca era gay”….
    Mi piacerebbe avere una tua spassionata opinione….
    Un abbraccio…

    1. Andrea Bordoni says:

      Interessante, mi era sfuggita. Entrerà nella Bonus Track B :-)

  3. Chris says:

    Devi spiegarmi come fai a trovarr tutte queste imformazioni. Dei cantanti che hai menzionato conosco solo Caparezza, che spesso cita la questione gay . Sinceramente non ho mai scelto i musicisti in base ad uno schieramento di pensiero. La musica deve toccarmi il cuore, esprimere in maniera immediata sensazioni complesse. Tiziano e’ un mago in questo. Vorrei ricordare anche Fernanda di De Andre’, Fausto Leali i Scorpione e soprattutto la dolcissima Ultima canzone di Saffo di Vecchioni. Ascoltaela ‘ fa pianger. Ciao

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